Recensioni - Opera

Verona: La tradizione va in scena al Filarmonico

Lucia di Lammermoor con la regia di Renzo Giacchieri inaugura la stagione invernale 2020 della Fondazione Arena

Il Teatro Filarmonico inaugura la stagione 2020 con una Lucia di Lammermoor, per la regia di Renzo Giacchieri, già presentata qualche anno fa al Teatro Comunale “G. Verdi” di Salerno, mettendo in scena uno spettacolo che fa di una tradizione trasudante piume e sgargianti cappelli, vistosi abiti d’epoca e ambientazioni tetre di stampo neogotico la propria cifra distintiva.

Una luna che sanguina durante il duetto della fontana, videoproiezioni con rovine avvolte nella bruma, un palazzo caratterizzato da grosse finestre gotiche sullo sfondo e neri pilastri polistili ai lati la fanno da padrone all’interno di una produzione che risulta convenzionale anche nel muovere masse e protagonisti, priva di un qualche dettaglio che tenti di fornire una lettura psicologica un poco più articolata dei vari personaggi. Unica scena emozionalmente forte risulta quella della pazzia, in cui Lucia, debitamente lorda di sangue, si aggira per la scena con in braccio una bambola, con la quale parrebbe dialogare, sul modello di alcuni film horror del nostro recente passato.
Il punto di maggior debolezza di tutto lo spettacolo si rivela comunque quello dei feroci e inspiegabili tagli operati sulla partitura che arrivano persino a cancellare l’incontro di Enrico ed Edgardo presso la torre di Wolferag, togliendo senso al finale tragico e non giustificando pertanto la presenza di Edgardo al cimitero.

La direzione di Andriy Yurkevych non si discosta molto da una aurea mediocritas che pecca un poco di incisività, ma che si mostra senza dubbio corretta e a tratti spiccatamente lirica.
Davvero ottimo il cast: Ruth Iniesta è una grande Lucia, mai convenzionale o di maniera, attenta a ogni singola sfumatura e decisamente scrupolosa nell’operare un lavoro introspettivo sul proprio personaggio: acuti e sovrasti sono adamantini, buona l’attenzione alla parola, curato il fraseggio.
Pietro Adaini è un Edgardo passionale, ben calibrato nell’enfasi e per questo sempre scenicamente credibile, solido nella zona superiore e dotato di uno strumento dal colore piacevole e ricco di sfumature.
Brilla per attenzione al fraseggio e alla parola scenica l’Enrico di Alberto Gazale, disinvolto e autoritario al punto giusto, vocalmente pregevole, che ha palesato una grande morbidezza nell’emissione e ha globalmente fatto centro nell’interpretare quello che è, in buona sostanza, il personaggio motore di tutta la vicenda.

Di lusso anche il Raimondo di Simon Lim, solidissimo nei gravi e dotato di uno strumento pregevole per colore e rotondità.
Appena sufficienti i comprimari: Enrico Zara nei panni di Lord Arturo, Lorrie Garcia in quelli di Alisa, e Riccardo Rados che interpreta Normanno. Non sempre omogeneo e compatto il Coro dell’Arena di Verona preparato da Vito Lombardi.
Grande successo di pubblico e molti applausi per uno spettacolo che andrà certamente ricordato per il buon livello e l’omogeneità del cast.