Al Teatro Regio di Torino convince anche il secondo cast
Stefano Poda si conferma regista “visionario”, presentando una lettura tutta sua dello straordinario capolavoro pucciniano. La sua Tosca rompe con la tradizione e offre aspetti innovativi, da un certo punto di vista anche interessanti perché rappresentano uno sforzo concreto di tagliare con il passato puntando sull’elemento della novità che colpisce lo spettatore e lo porta a riflettere sul significato recondito di una scena, col rischio (calcolato, forse anche auspicato) di distoglierlo dal mero ascolto della musica. Anche in questo caso Poda riesce a far parlare di sé, che sia nel bene o nel male dipende dal gusto degli spettatori.
La scenografia è la sempre la stessa: una stanza tutta in marmo. Nel primo atto non compare alcun dipinto, ma vengono collocate sul palco tante statue di Madonne incoronate contenute in una teca trasparente, e differenziate con l’indicazione di alcuni tra i tanti nomi, scolpiti in basso, che la tradizione popolare attribuisce a Maria. Esse sono rivestite di un abito nero con filamenti dorati. Il contrasto è fornito dalla Maddalena (anch’essa in teca), una ragazza bionda biancovestita, ma soprattutto viva: muove leggermente il capo, le braccia, è una presenza reale e simboleggia la Contessa Attavanti che Mario Cavaradossi sta ritraendo. Il Te Deum vede le Madonne sostituite da altre teche al cui interno vi sono alcuni tra i pontefici più importanti della storia. Essi, dopo l’iniziale fase di silenzio, prendono vita accompagnando Scarpia nel canto di quello che è uno dei brani più intensi e piacevoli della letteratura operistica. L’ingresso in scena di Scarpia coincide con la mostra della sala delle torture, che si manifesta sollevando il palcoscenico che accoglie il baritono: nei sotterranei due impiccati si agitano nervosamente prima di morire.
Nel secondo atto si prosegue lungo questa direzione: sono visibili al pubblico i tormenti e le sofferenze inflitte a Cavaradossi, legato ad un patibolo che ha la forma della croce di Sant’Andrea.
Particolare il momento in cui il pontefice assiso in trono dirige, con eloquenti movimenti delle braccia, il brano corale che dovrebbe essere intonato fuori scena (“Sale, ascende l’uman cantico”), ed è invece affidato ad un gruppo di ecclesiastici. Tosca canta “Vissi d’arte” sdraiata sul lungo tavolo collocato nella camera di Scarpia e, al momento dell’omicidio, si trasforma in un’assassina a sangue freddo stroncando la vita del barone con quattro coltellate che feriscono l’addome, il petto e il cuore dell’uomo. La Tosca podiana non porta alcun pentimento e nessuna candela adagia ai lati del cadavere, ma solo si adopera nella ricerca del prezioso salvacondotto che con difficoltà riesce a strappare dalle irrigidite mani del defunto.
Nel terzo atto il pastorello (voce bianca che proviene da dietro le quinte) è rimpiazzato da un soldatino al capo di un plotone di colleghi adulti il quale, deposta l’armatura, canta “Io de’ sospiri”. Anche Cavaradossi, come Tosca, è sdraiato mentre intona l’iconico (ed acclamatissimo dal pubblico del Regio) “E lucevan le stelle”. L’esecuzione capitale del pittore non è mostrata, è possibile solo scorgere i soldati che gli puntano contro una pistola anziché del fucile. La morte di Tosca, infine, non avviene attraverso la caduta nel vuoto: a precipitare è un muro che scopre una parete chiara dominata dal disegno di una grande ala di angelo. La donna è alla porta, immobile: dall’inferno di una vita piena di ingiustizie, ella si ritrova in un istante a godere della pace celeste. Un aspetto dello spettacolo è rappresentato dalla proiezione perenne di numerosi ologrammi che evidenziano di volta in volta campane, statue di santi e madonne, il Santissimo Sacramento, cannoni, ali di angeli ed elementi di storia romana.
Più che convincente la direzione dell’Orchestra torinese da parte del Maestro Andrea Battistoni: i suoni sono corposi e avvolgenti, ogni strumento vive istanti di protagonismo quando impiegato. Una direzione per nulla statica, ma appassionante, viva, vivace, figlia del temperamento focoso del concertatore che non si separa dalla bacchetta nemmeno quando è chiamato a dare le mani al tenore e al soprano durante la passerella di fine serata sul palcoscenico. I gesti di Battistoni, i suoi “saltelli” sul podio possono apparire esagerati e pure esagitati, ma tutto è riconducibile alla volontà di valorizzare al meglio la partitura esaltandone ogni sfaccettatura. L’obiettivo è pienamente centrato. Applausi.
Il cast
Il baritono Claudio Sgura crea un gran bel Scarpia: alla voce precisa e caldamente tenebrosa si accompagna una recitazione notevole. Il secondo atto appartiene praticamente a Scarpia e Sgura coglie l’opportunità di mostrare talento e capacità vocali ed interpretative.
Cavaradossi rivive con successo nel tenore Vincenzo Costanzo: qualità e quantità al servizio di una voce schiacciante, perfettamente intonata e in grado di fondersi con quella orchestrale, col risultato di accontentare chi ravvisa nel pittore i tratti dello sfortunato eroe romantico.
Tocca ad Ekaterina Sannikova (prima che inizi lo spettacolo si annuncia la sua presenza nonostante un’improvvisa indisposizione), l’impegnativo ruolo di Tosca. Non sempre chiara nella dizione, specialmente sugli acuti, offre una performance di certo positiva, avvalorata da solide basi tecniche, ma si avverte la sensazione che le manchi la personalità scenica per identificarsi in Tosca. La voce appare spesso non corposa e incisiva. Da riascoltare e riguardare.
Molto bene Matteo Torcaso (Il sagrestano), Daniel Umbelino, uno Spoletta ridotto ad essere un burattino nelle mani di Scarpia, e il giovanissimo Francescco Bogino (Un pastorello). Bravo Igor Durlovski (Cesare Angelotti). Il cast è completato da Eduardo Martínez (Sciarrone) e Roberto Calamo (Un carceriere), entrambi artisti del Regio Ensemble.