La voce, il destino e il sogno di una vita in musica
Maria Teresa Leva è un soprano che, in poco più di dieci anni di carriera, ha saputo conquistare alcuni dei palcoscenici più prestigiosi del panorama lirico internazionale, distinguendosi per la luminosità del registro acuto, la solidità tecnica e una spiccata sensibilità interpretativa. Nata e formatasi a Reggio Calabria, ha costruito un repertorio che attraversa il grande melodramma italiano, con una particolare predilezione per Verdi e Puccini, senza trascurare le passioni e le inquietudini del verismo. La stagione 2026/2027 segna un momento particolarmente significativo del suo percorso. Noi l’abbiamo incontrata per conoscere più da vicino una delle voci emergenti del teatro d’opera di oggi, in un’intensa chiacchierata, tra ricordi e progetti imminenti.
Signora Leva, Lei è nata e si è formata a Reggio Calabria, una città lontana dai principali centri della vita operistica italiana. Quali sono i ricordi dei Suoi primi passi nella musica e quando ha capito che il canto sarebbe diventato la Sua professione?
I miei primi ricordi musicali sono legati alla mia terra e alla mia famiglia. Sono cresciuta a Rizziconi, in Calabria, e ho iniziato a cantare in chiesa come solista del coro parrocchiale e in diverse band di musica leggera sognando Sanremo.
Mio padre intuì in me una possibilità diversa e mi incoraggiò a sostenere l’audizione al Conservatorio di Reggio Calabria. Ma la svolta arrivò quando assistetti a una rappresentazione di Turandot al Teatro Cilea, con Giovanna Casolla. Quella sera scoprii la forza travolgente dell’opera e capii che era il mondo in cui volevo vivere.
Da allora è iniziato un percorso di studio, sacrifici e incontri importanti. Venire da una realtà lontana dai grandi centri operistici non è stato un ostacolo insormontabile. Ho imparato che una passione autentica può guidarti lontano, senza farti dimenticare da dove sei partita.
Nel Suo percorso ha avuto un ruolo fondamentale Donata D’Annunzio Lombardi, che è tuttora la Sua insegnante. Che cosa Le ha trasmesso, non soltanto sul piano tecnico, ma anche nel modo di concepire la voce e affrontare una carriera? E come cambia il rapporto con un maestro quando, da giovane cantante, si diventa un’interprete affermata sui palcoscenici internazionali?
La mia insegnante, Donata D’Annunzio Lombardi, ha avuto un ruolo fondamentale nel mio percorso. Ha ricostruito la mia tecnica vocale e corretto difetti che, probabilmente, non mi avrebbero permesso di affrontare una carriera lunga e impegnativa come quella del cantante lirico. Per questo le sarò sempre profondamente grata. Oggi frequento le lezioni meno assiduamente rispetto agli inizi, ma continuo a rivolgermi a lei prima di un debutto o di una produzione particolarmente importante. Anche con l’esperienza maturata sui palcoscenici internazionali, sento di avere ancora bisogno del suo sguardo, della sua sensibilità e della sua capacità di cogliere aspetti della mia voce che magari io stessa non riesco a percepire. Credo che avere un punto di riferimento di questo tipo sia un privilegio prezioso. Il fatto che, dopo tanti anni, io continui a sceglierla è forse il segno più bello della fiducia e del legame che ci uniscono.
Il Suo strumento è apprezzato per la ricchezza del registro acuto, la tenuta del fiato e la capacità di sostenere pianissimi e filati. Quanto lavoro quotidiano si nasconde dietro queste qualità? Come si costruisce, insomma, un equilibrio tra le esigenze tecniche e la libertà espressiva, soprattutto nei ruoli che richiedono una grande intensità emotiva?
Dietro ogni risultato c’è tanto lavoro. La voce è uno strumento particolare, perché è parte di noi e risente di tanti fattori: la condizione fisica, l’equilibrio emotivo, la stanchezza. Per questo cerco di lavorare con costanza, ma soprattutto con consapevolezza, senza mai perdere di vista il rispetto della mia voce. Dai giorni di silenzio ai giorni di dieta. La tecnica è fondamentale, perché è ciò che ti permette di affrontare le difficoltà con sicurezza e di non dover pensare continuamente a come produrre un suono. Il vero obiettivo, per me, è arrivare sul palcoscenico con una tale padronanza dello strumento da potermi dimenticare della tecnica e concentrarmi completamente sul personaggio, sulla musica e sulle emozioni da trasmettere. Nei ruoli più intensi emotivamente, l’equilibrio tra tecnica ed emozione diventa fondamentale. Bisogna lasciarsi attraversare da ciò che si racconta, senza perdere il controllo vocale. Per me, la vera libertà espressiva nasce proprio da questo: poter vivere pienamente le emozioni del personaggio senza che la tecnica diventi un limite.
In poco più di dieci anni è passata da ruoli come Micaela e Mimì a personaggi di maggiore impegno vocale e drammatico, da Amelia in Un ballo in maschera a Desdemona in Otello, fino ad Aida, Tosca e Manon Lescaut. Come ha vissuto e come ha costruito questa evoluzione?
Ho iniziato con ruoli più leggeri, come Musetta e Violetta, ma con il tempo mi sono resa conto che la mia natura vocale soffriva in quel repertorio. È stato un percorso di conoscenza, nel quale ho imparato ad ascoltare la mia voce e a comprenderne le caratteristiche, anche grazie al lavoro fondamentale fatto con la mia insegnante. Non si è trattato semplicemente di affrontare ruoli sempre più impegnativi, ma di trovare gradualmente il repertorio più congeniale alla mia voce. Ogni passaggio è avvenuto con lo studio e la consapevolezza che certe scelte richiedono tempo e maturità. Oggi affronto personaggi come Aida, Tosca e Manon Lescaut con una maggiore consapevolezza vocale e artistica. Sono felice di aver trovato gradualmente la mia strada e mi sento fortunata a poter cantare il repertorio che amo di più, quello in cui sento che la mia voce può esprimersi con maggiore naturalezza e in cui sento di esprimermi al meglio.
Verdi e Puccini occupano una posizione centrale nel Suo repertorio, ma sono due universi musicali e teatrali profondamente diversi. Che cosa La attrae maggiormente nell’uno e nell’altro? E quali sono, per Lei, le sfide più sottili nell’interpretare le loro eroine, tra la tensione drammatica verdiana e l’intimismo, la sensualità e il respiro orchestrale pucciniani?
Di Verdi amo la forza dei drammi e la profondità dei sentimenti. I suoi personaggi vivono grandi conflitti interiori: per cantarli servono una voce solida e la capacità di trasmettere ogni singola emozione.
Puccini, invece, mi tocca il cuore. La sua musica entra nell’anima dei personaggi e ne racconta fragilità e desideri in modo spontaneo. Ogni sfumatura fa la differenza e il dialogo con l’orchestra è fondamentale. Sono due linguaggi diversi, ma entrambi richiedono massima sincerità. La sfida più bella sul palco è proprio questa: andare oltre le note e trovare in ogni personaggio qualcosa di vero da regalare al pubblico.
Il Suo percorso comprende anche una significativa apertura verso il repertorio verista, da Cavalleria rusticana e Pagliacci ad Adriana Lecouvreur e Andrea Chénier. Che cosa cambia, per una cantante, quando la scrittura vocale deve confrontarsi con passioni così immediate, conflitti tanto violenti e personaggi che sembrano vivere sul filo della loro stessa emozione? Come si evita, cioè, che l’intensità diventi eccesso?
Il verismo richiede un’immedesimazione totale: le passioni sono immediate, viscerali, spietate. Il rischio più grande per un interprete è lasciarsi travolgere dai sentimenti e perdere la misura vocale.
Secondo me, il segreto per affrontare questo repertorio è innanzitutto trattare la partitura con il massimo rispetto. Anche nei momenti di maggiore intensità emotiva, non bisogna mai dimenticare che stiamo cantando: l’emozione deve nascere dal legame tra parola e musica, mai dalla forzatura della voce. La vera sfida del verismo non è urlare la sofferenza, ma conservare la nobiltà del canto anche nella verità più cruda del dramma. È la tecnica a proteggere la voce e a rendere la passione autentica e credibile.
Proprio al Festival Verismo del Teatro Regio di Torino sarà protagonista di Cavalleria rusticana e Pagliacci, dirette da Andrea Battistoni, con le regie rispettivamente di Daniele Menghini e Francesco Micheli. Sarà inoltre l’unica cantante a interpretare le protagoniste femminili di entrambi i titoli. Che significato ha per Lei affrontare, nello stesso contesto, Santuzza e Nedda? Quali affinità e quali differenze individua tra queste due donne, entrambe travolte dalla passione ma così diverse nel modo di viverla?
Interpretare sia Santuzza che Nedda nello stesso contesto è una sfida straordinaria. Per me, questo doppio ruolo ha anche un valore intimamente personale: mi riporta ai racconti delle mie nonne e bisnonne, a quei contesti del Sud che conosco bene e che fanno parte delle mie radici. Storie di donne che vivevano in società patriarcali, dipendenti da uomini a volte spietati e proprietari. È proprio in questa realtà che affondano le radici di Santuzza e Nedda, due donne travolte dalla passione ma con un destino opposto: Santuzza è la donna schiacciata dal senso di colpa, che si sente esclusa e quasi indegna persino di entrare in chiesa. In un contesto in cui la condanna sociale è spietata, vive il peso di essere “scomunicata” dalla comunità, un dolore viscerale che richiede una vocalità scura e carica di pathos. Nedda, al contrario, è una donna che non si rassegna. Subisce la possessività di un uomo che la tiene sotto scacco come se fosse un oggetto di sua proprietà, ma dentro di sé custodisce una fame disperata di libertà e di riscatto. La sua scrittura vocale riflette questa luce ferita, questa voglia di volare via. Portare sul palco del Teatro Regio di Torino questi due personaggi significa dare voce a tante storie vere del nostro passato. Farlo insieme a un direttore come Andrea Battistoni e a due registi sensibili come Daniele Menghini e Francesco Micheli rende questa sfida un viaggio artistico e umano indimenticabile.
Santuzza è una donna ferita, esclusa dalla comunità e consumata dalla gelosia; Nedda, invece, cerca una possibilità di libertà in un mondo che vorrebbe imprigionarla. In che modo costruisce la psicologia di questi personaggi? Parte dalla parola, dalla partitura, dal rapporto con gli altri interpreti oppure da un’immagine interiore che progressivamente prende forma?
Il mio processo parte sempre dal rispetto della partitura e della parola. Non credo nelle sovrastrutture: l’autore ha già scritto nella musica tutto ciò di cui abbiamo bisogno per comprendere il personaggio.
Man mano che studio la scrittura musicale, prende forma una visione interiore, alimentata dall’empatia e dal vissuto umano, anche attraverso la memoria familiare. Cerco di immaginare il peso del giudizio sociale che schiaccia Santuzza e il desiderio di vita e di libertà che spinge Nedda a ribellarsi. La risposta definitiva arriva in sala prove, attraverso il confronto con la regia, la direzione d’orchestra e soprattutto l’affinità che si crea con i colleghi. È da questo scambio che il personaggio prende vita, rivelandosi in tutte le sue sfumature.
Andrea Battistoni è una presenza importante nella Sua carriera sin dagli esordi, quando interpretava Micaela al Teatro Carlo Felice. Nel tempo avete condiviso percorsi artistici e titoli di grande impegno. Quanto conta, per una cantante, poter ritrovare un direttore che conosce profondamente la sua voce e il suo temperamento?
Il maestro Battistoni è legato a un momento importante della mia carriera: nel 2015 ho debuttato la mia prima Bohème con lui proprio al Teatro Regio. Ritrovarci oggi, dopo tanti anni e dopo aver condiviso percorsi artistici e produzioni importanti, ha un significato particolare. È importante lavorare con un direttore che conosce a fondo le tue qualità vocali e le sa valorizzare al meglio. Andrea ha questa capacità: conosce la mia voce, ne comprende le caratteristiche e riesce ad aiutarmi a dare il meglio di me, facendo emergere tutte le sfumature dei personaggi che interpreto. Questa sintonia è preziosa, perché mi permette di sentirmi compresa musicalmente e di esprimermi con maggiore libertà sul palcoscenico.
La vostra collaborazione proseguirà anche nella Turandot all’Opéra Royal de Wallonie-Liège, con il nuovo finale composto da Battistoni. Si tratta di un progetto che aggiunge alla sfida interpretativa anche una dimensione di novità musicale. Come si affronta una partitura che si misura con un finale diverso da quello tradizionalmente conosciuto? Che cosa La incuriosisce di più di questa nuova prospettiva e come cambia, per l’interprete, il rapporto con un’opera così profondamente radicata nell’immaginario collettivo?
Il nuovo finale non coinvolge direttamente Liù, che muore prima, ma sono molto curiosa di scoprire come questa nuova prospettiva possa influire sulla lettura complessiva dell’opera e, magari, aprire nuovi scenari anche sul piano psicologico del mio personaggio. È sempre interessante vedere come una visione musicale diversa possa cambiare la percezione di una storia che crediamo di conoscere così bene. Non vedo l’ora di scoprirlo!
La stagione 2026/2027 La porterà per la prima volta al Teatro alla Scala con La bohème. Il debutto scaligero è un passaggio simbolicamente importante per qualsiasi artista italiano. Con quali aspettative si avvicina a questo appuntamento? E che cosa significa tornare a Mimì, un personaggio che appartiene anche agli inizi della Sua carriera, dopo aver attraversato tante altre figure femminili?
Il debutto alla Scala rappresenta per me un traguardo importante, che accolgo con grande emozione e gratitudine anche nei confronti della mia agenzia, Melos Opera, che mi sostiene. Credo che sia un debutto che arriva nel momento giusto, dopo tanta gavetta, tanti anni di lavoro e tanto vissuto sul palcoscenico. Per me questo è fondamentale: penso che un teatro come la Scala debba rappresentare un traguardo, non un punto di partenza. Arrivarci oggi significa portare con me tutto il percorso fatto, le esperienze, gli incontri e la crescita artistica e umana che ogni palcoscenico mi ha regalato. Sono particolarmente felice che questo appuntamento arrivi proprio con Mimì, un personaggio che ho cantato tanto e che ho avuto il tempo di maturare nel corso degli anni. Il legame che ho con lei è così profondo che, proprio in occasione del mio debutto nel ruolo, ho deciso di tatuarmi sul polso destro una sua frase: “Il primo sole è mio”. Per me racchiude il desiderio più intimo di Mimì, la sua speranza di poter sentire ancora il calore del sole d’aprile, di essere ancora lì quando arriverà una nuova primavera. In fondo, credo che Mimì intuisca fin dall’inizio quale sarà il destino della sua storia, ma si aggrappa a quell’immagine di luce e di rinascita, quasi a volersi concedere ancora un po’ di vita e di bellezza. È una frase che sento profondamente mia e che mi ricorda quanto, anche nella fragilità, possa esserci un desiderio potentissimo di vivere. Ritrovare oggi Mimì, dopo tanti anni e tante esperienze, significa incontrarla con una consapevolezza diversa, ma con lo stesso affetto di sempre. E sono felice che sia proprio lei ad accompagnarmi in un momento così importante del mio percorso.
Nella stessa stagione tornerà alla Sydney Opera House con La bohème, dopo aver interpretato in quel teatro Liù in Turandot. Che cosa Le ha lasciato l’esperienza australiana e quali differenze avverte tra i diversi contesti teatrali e culturali in cui si trova a lavorare? Il pubblico cambia, secondo Lei, il modo in cui si vive una recita?
L’esperienza australiana è stata bellissima, e il fatto che per il secondo anno consecutivo io torni alla Sydney Opera House con grande gioia credo sia la dimostrazione più sincera di quanto mi abbia lasciato. In teatro sono stata accolta come in una grande famiglia, che non mi ha mai fatto pesare la distanza da casa. E questo, per chi fa la nostra professione, è fondamentale. La vita del cantante non è sempre facile, soprattutto quando si trascorrono lunghi periodi lontani dai propri affetti. Ci sono momenti, come le feste o le ricorrenze importanti, in cui sai già che sarai lontano da casa e magari trascorrerai quelle giornate in solitudine. Ma se trovi le persone giuste, capaci di circondarti di affetto, quella distanza pesa meno e l’esperienza diventa persino un’occasione di arricchimento umano. Un’altra cosa che mi ha colpita è stato il pubblico: attento, caloroso, partecipe, ma senza quella formalità che a volte accompagna il mondo dell’opera. Gli spettatori arrivano anche senza abiti da sera, con grande naturalezza, e ho avuto la sensazione che siano lì semplicemente per il piacere di ascoltare e vivere la musica, non per essere visti. Ricordo che tutte e dieci le recite di Turandot erano sold out: un segnale bellissimo di quanto l’opera sia amata e sentita. E poi, che dire della Sydney Opera House? L’avevo sempre vista nelle cartoline, come un luogo quasi irreale. Ritrovarmi lì a lavorare è stato un sogno. Ricordo ancora la sensazione di benessere che provavo uscendo dal teatro la sera, dopo le prove: il ponte illuminato davanti a me, la città, e quella gioia profonda di essere proprio lì, dall’altra parte del mondo, a fare il mestiere che amo. Sono immagini che mi porto dentro e che rendono il pensiero di tornare ancora più speciale.
Ha cantato in teatri e istituzioni molto diversi, dal Liceu di Barcellona alla Semperoper di Dresda, dall’Arena di Verona alla Deutsche Oper di Berlino, fino ai palcoscenici di Tokyo e Pechino. In che modo ogni teatro contribuisce alla crescita di un’artista? Ci sono luoghi in cui sente di ritrovare una particolare affinità con l’acustica, la tradizione o il pubblico?
Credo che ogni teatro lasci qualcosa. Cambiano le acustiche, le dimensioni del palcoscenico, le tradizioni e le visioni registiche, che talvolta propongono anche letture molto moderne e lontane dall’immaginario tradizionale dell’opera. Viaggiare tanto per il mio lavoro mi ha insegnato ad ascoltare, a osservare e ad adattarmi, senza perdere mai la mia identità artistica. Ogni teatro ti regala qualcosa, ma sei tu che devi essere pronta ad accoglierlo, anche quando ti mette di fronte a prospettive nuove. Ricordo con particolare affetto l’esperienza in Giappone, che è stata davvero speciale. Dopo le recite si formavano lunghissime file di persone che aspettavano un autografo, tutte munite di fotografie già stampate e persino di gigantografie! Era una dimostrazione di affetto e di attenzione che mi colpiva moltissimo e che, lo confesso, inizialmente mi metteva anche un po’ in soggezione. Mi emozionava pensare che persone così lontane dalla mia realtà, appartenenti a una cultura tanto diversa dalla mia, dedicassero tanta attenzione al mio lavoro. Sono momenti che ti fanno comprendere quanto la musica riesca a superare le distanze e le differenze culturali, creando un legame autentico tra chi è sul palcoscenico e chi ascolta.
In un repertorio così ampio, la scelta dei ruoli è fondamentale per preservare la voce e continuare a crescere. Quali sono i criteri che segue quando valuta una nuova proposta? Quanto pesano la maturazione vocale, il momento personale, la qualità del progetto e la possibilità di lavorare con un determinato direttore o regista? E come immagina l’evoluzione del Suo repertorio nei prossimi anni?
Credo che il filo che unisce tutti questi personaggi sia proprio la loro umanità. Sono donne molto diverse, che vivono situazioni e sentimenti lontanissimi tra loro, ma ognuna porta dentro una fragilità, un desiderio, una ferita o una forza con cui, in qualche modo, possiamo entrare in contatto. Io sono del segno dei Pesci e, sarà anche per questo, ho una grande capacità di empatizzare con i personaggi che interpreto. Mi viene naturale cercare di comprendere le loro emozioni e inevitabilmente, in ciascuna di loro, emerge sempre qualcosa di Maria Teresa: un tratto del mio carattere, una sensibilità o un’emozione che appartiene anche al mio vissuto. Allo stesso tempo, credo sia fondamentale lasciarsi trasformare dal personaggio, avere l’umiltà di ascoltarlo e non smettere mai di cercare. La cosa più affascinante è che, anche quando interpreti uno stesso ruolo più volte, non arrivi mai a conoscerlo del tutto. Ogni nuova produzione, ogni incontro con un regista, ogni esperienza personale ti permette di scoprire sfumature che magari in precedenza non avevi colto. È come se il personaggio continuasse a rivelarsi, e tu fossi pronta ad accoglierlo con occhi diversi. Credo che sia proprio questa una delle ricchezze del nostro mestiere: non sentirsi mai arrivati, perché ogni volta che torni a vestire i panni di una donna che pensavi di conoscere, lei può ancora sorprenderti e insegnarti qualcosa di nuovo.
Accanto all’opera, ha affrontato anche il repertorio sinfonico, dal Requiem di Verdi al Christus di Liszt. Che cosa Le offre il canto sinfonico rispetto al palcoscenico operistico, dove il gesto, la parola e la costruzione anche scenica del personaggio sono inscindibili dalla musica?
Il repertorio sinfonico è stato una vera sfida per me, perché ti mette in una dimensione diversa rispetto all’opera. Sul palcoscenico hai un personaggio da costruire, una storia da raccontare, una gestualità e una relazione con gli altri che contribuiscono a esprimere ciò che provi. Nel repertorio sinfonico, invece, sei in qualche modo un mezzo al servizio del compositore: devi affidarti completamente alla musica, rispettarne ogni intenzione e trovare il modo di trasmetterne la profondità senza poter ricorrere alla dimensione scenica. Personalmente, trovo il repertorio sinfonico persino più difficile di quello operistico, proprio perché richiede un controllo e una consapevolezza musicale assoluti. È una sfida che, però, accolgo sempre con grande gioia e curiosità, perché mi stimola a mettermi in gioco, a uscire dalle mie abitudini e a crescere come musicista. Credo che, per un’artista, sia fondamentale non smettere mai di sentirsi un po’ allieva: ogni repertorio nuovo è un’occasione per imparare qualcosa e per scoprire aspetti di sé che magari non conosceva ancora.
Le Sue interpretazioni attraversano personaggi femminili molto diversi, dalla fragilità di Mimì alla dignità tragica di Aida, dalla sensualità di Manon alla disperazione di Santuzza. Esiste un filo che li unisce nel Suo modo di interpretarli? Quanto di Maria Teresa Leva entra in ciascun personaggio e quanto, invece, è necessario lasciarsi trasformare dalla donna che si sta portando in scena?
Dopo tanti anni di carriera, sento di avere ancora molto da imparare e credo che questa sia una delle fortune più grandi del nostro mestiere. Ogni personaggio ti mette davanti a nuove domande, ogni produzione ti offre prospettive diverse e ogni esperienza contribuisce a cambiarti, non soltanto come artista, ma anche come persona. Con il tempo acquisisci maggiore consapevolezza, impari a conoscerti meglio e magari trovi risposte che prima non avevi, ma allo stesso tempo nascono nuovi interrogativi. Penso che sia proprio questa continua ricerca a mantenere vivo il desiderio di salire sul palcoscenico. Il teatro mi ha insegnato il valore dell’umiltà, della pazienza e della capacità di trasformare le difficoltà in occasioni di crescita. Nel percorso di un artista ci sono attese, delusioni e momenti di dubbio, ma è importante accettarli senza lasciarsi scoraggiare e continuare a lavorare con fiducia.
E se dovesse indicare un desiderio artistico ancora da realizzare, un ruolo, un incontro o un progetto capace di entusiasmarLa particolarmente, quale sarebbe?
Sicuramente il debutto alla Scala è l’appuntamento che sento capace di emozionarmi e agitarmi di più, naturalmente in senso positivo. Allo stesso tempo, il Festival Verismo di Torino rappresenta una sfida molto interessante: interpretare Nedda e Santuzza nella stessa serata, due donne così diverse ma entrambe caratterizzate da una forza emotiva straordinaria, è un banco di prova importante, sia dal punto di vista vocale sia da quello interpretativo. È una sfida che mi stimola molto e che accolgo con entusiasmo, perché mi permette di mettermi alla prova e di esplorare due universi femminili così intensi. Per quanto riguarda i ruoli che sogno di interpretare in futuro, preferisco non svelarli per scaramanzia. Spero che arrivino nel momento giusto e di saperli accogliere con la stessa naturalezza che ha sempre accompagnato il mio incontro con i personaggi che ho interpretato finora.
Dopo più di dieci anni di carriera internazionale, che cosa significa per Lei sentirsi ancora in evoluzione? Qual è la lezione più importante che il palcoscenico Le ha insegnato finora e quale consiglio darebbe a una giovane cantante che sogna una carriera nella lirica, in un mondo che richiede talento, disciplina, pazienza e una continua capacità di mettersi in discussione?
Ai giovani consiglio di avere pazienza, di non arrendersi davanti agli ostacoli e di credere nel proprio percorso, anche quando i risultati tardano ad arrivare. È fondamentale studiare, impegnarsi, ascoltare i consigli di chi si stima veramente e rimanere curiosi, senza perdere autenticità e passione.
Di Elide Bergamaschi