Recensioni - Opera

Marta Torbidoni brilla nel Trovatore

A Macerata viene riproposta la messa in scena di Francisco Negrin del 2013

Il terzo ed ultimo titolo di stagione al Macerata Opera Festival è "Il Trovatore" di Giuseppe Verdi.

Si riporta in scena lo spettacolo nato nel 2013, riproposto nel 2016 con la regia di Francisco Negrin, ripresa per l'occasione da Angela Saroglou.

Il Trovatore lo sappiamo è opera notturna ed è proprio nella notte che appaiono le suggestioni più oscure, tra vampe di zingari, roghi funesti, orride carceri e soprattutto i fantasmi del passato. Un allestimento fatto di simboli con il bambino bruciato di Azucena che accompagna la storia, le fiamme che si accendono nei momenti più evocativi, i flashback che ricordano il duello tra Manrico e il conte di Luna e la matassa di filo rosso che come il sangue unisce i destini dei personaggi.

Le scene di Louis Désiré sono spoglie, c'è la torre e una lunga pedana dove si svolgono gli eventi. Suoi anche i costumi dove prevalgono le tinte scure. Le luci Bruno Poet riprese da Marc Heimendinger amplificano questa atmosfera lugubre, interrotta solo da sprazzi bianchi e rossi.

Dmitri Jurowski dirige l'Orchestra Filarmonica Marchigiana con tempi dilatati, sottolineando con giusto equilibrio sia l'anima estatica, che quella più sanguigna della partitura, nonostante i consueti e oramai superati tagli di tradizione. Il tappeto orchestrale risulta morbido, avvolgente, con alcune sezioni messe in risalto, tra cui i fiati particolarmente compatti e i volumi ben bilanciati da poter sostenere le voci con la massima scrupolosità.

Notevole la prova del coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini” che sembra in continua crescita sotto la guida del maestro Christian Starinieri. La sezione maschile risulta molto potente nel racconto, nei gitani e negli armigeri. La sezione femminile emerge con delicatezza al secondo atto nella scena del monastero.

Il cast vocale ha subito parecchi cambiamenti in corso d'opera, con delle scelte non sempre pienamente azzeccate.

Haiyang Guo previsto solo per la recita del 31 luglio si è trovato a sostituire il collega Piero Pretti annunciato "indisposto". Al giovane tenore non manca il coraggio di affrontare un ruolo impegnativo come quello di Manrico. Il timbro è interessante, ben proiettato, con il giusto squillo e una ricerca nel trovare le sfumature appropriate. Al netto di alcune incertezze nell'emissione, la prova è sicuramente positiva con un "Ah sì ben mio" cantato con trasporto e una pira non particolarmente eroica, ma eseguita nella tonalità originale di do.

Superlativa la Leonora di Marta Torbidoni. Il soprano marchigiano alla terza apparizione in arena continua ad imporsi come una delle interpreti di riferimento per questo ruolo. La voce è corposa, solida, uniforme, con il passaggio di registro sempre fluido. Sognante in ‘Tacea la notte placida’, vivace in "Di tale amor che dirsi", delicata nel concertato al secondo atto. Il ‘D’amor sull’Ali rosee’ è scolpito con pulsante finezza d’accento, autentico sentimento, sicurezza di fraseggio e di emissione, vigorosa nella cabaletta "Tu vedrai che amore in terra".

Ottima anche l'Azucena di Sofija Petrović. Una voce ampia, sonora, con un registro centrale importante e ben timbrato, che scende con facilità in quello grave, ambrato e avvolgente. Il racconto "Condotta ell'era in ceppi" viene eseguito con il giusto pathos, senza eccessi veristici. La troviamo nostalgica in "Giorni poveri vivea", energica in "Deh, rallentate o barbari", dolcemente materna in "Ai nostri monti", vibrante nel grido "Si vendicata, o madre" che accompagna il tragico finale con una recitazione sempre molto istintiva.

Vito Priante dona al Conte di Luna il suo timbro nobile, elegante, unito ad un fraseggio sempre calzante. Sappiamo che la sua voce trova in Mozart e Rossini il repertorio ideale, con Verdi all'aperto si avvertono in alcuni momenti dei segni di stanchezza, specialmente nel controllo dei fiati. L'interpretazione comunque è credibile, anche scenicamente, dove mette in risalto la sua fremente gelosia e la sua anima ferita.

Dongho Kim è un Ferrando che affronta l'insidioso racconto iniziale con staccati precisi, buona proiezione della voce e la giusta cupezza. Valide le parti di fianco con la intensa e sonora Ines di Alessia Camarin, lo squillante e preciso Ruiz di Simone Fenotti e Mauro Sagripanti (Un messo).

Vivo successo, con acclamazioni per Torbidoni e Petrović, nonostante vari posti liberi, complice la finale dei mondiali di calcio.

Noi abbiamo preferito un'altra Spagna, quella della Biscaglia e dell'Aragona, dove si svolge una delle storie più significative e passionali del grande melodramma italiano.

Marco Sonaglia (Sferisterio-Macerata 19 luglio 2026)