Recensioni - Opera

Mille colori per la Bohème a Genova

Originale edizione scenica con gli allievi dell'Accademia del Carlo Felice

“La Bohème” di Puccini conclude la stagione operistica 2025/26 a Genova. Come ormai da tradizione, l’ultimo titolo del cartellone vede sul palco selezionati promettenti allievi iscritti all’Accademia di alto perfezionamento e inserimento professionale della Fondazione del Teatro Carlo Felice di Genova.

La serata è gradevole, lo spettacolo riesce bene, i giovani artisti si impegnano al massimo per sfruttare l’occasione concessagli, alcuni impressionano in positivo rendendo la recita affascinante e scorrevole.

Nella mente del regista Augusto Fornari la vita somiglia al gioco dei bambini che, inconsapevoli, reagiscono festanti alle difficoltà della vita, che spesso non sono in grado di decifrare. Sul palco, nell’allestimento della Fondazione Carlo Felice, sembra di guardare un cartone animato ambientato al circo. I costumi degli interpreti, colorati e sapientemente decorati, richiamano infatti proprio un contesto circense; la scenografia curata insieme alla costumistica da Francesco Musante, è una visione gradevole agli occhi. Molto carina la casetta che rappresenta la soffitta dei bohemiens, nel primo ed ultimo quadro, nel secondo lo spazio va al Quartiere latino, che è simile ad un allegro parco giochi dominato dalla presenza del “Momus”. Nel terzo quadro, invece, l’ambientazione si adatta alla drammaticità del momento: è sera, fa freddo e nevica, ma i palazzi colorati dalle finestre sgangherate sembrano voler ricordare che anche nelle sofferenze si può riuscire a trovare la forza di sorridere.

La direzione dell’Orchestra ligure è affidata al Maestro Donato Renzetti: ai suoi gesti e alle sue indicazioni il cast fa continuo riferimento cercandolo con lo sguardo per seguirlo con estrema attenzione.

Mimì rivive nel soprano Yujing Chen che presenta un personaggio timido, delicato, gentile e pieno d’amore da riversare sulle persone che le stanno intorno. Chen è cuore e tecnica, sicuramente da affinare, ma la strada intrapresa è quella giusta. Il banco di prova dell’aria “Si. mi chiamano Mimì” è agevolmente superato, la voce del soprano si estende flessibile ed è ben equilibrata. Soltanto quando canta nei diversi brani le note più gravi, Chen è “nascosta” dall’organico strumentale che la soppianta.

Tra le note positive della serata vi è la frizzante Musetta del soprano Virginia Genovese. Il suo personaggio, altezzoso e superbo, suscita simpatia e curiosità. Genovese polarizza su di sé l’attenzione del pubblico quando intona il dolcissimo valzer “Quando me’n vo”. A proprio agio al centro del palcoscenico, la vivace artista esibisce diverse sfumature di una voce che migliorerà tanto, col passare del tempo, in termini di concretezza ed energia.

Ottima la prestazione del basso Vittorio De Campo nelle vesti di Colline. La sua potente voce ha contorni definiti, il suo colore si adegua al tono delle diverse situazioni cantate. La romanza “Vecchia zimarra” diventa così un sofferente grido d’addio che non ha nulla di comico, anzi.

A indossare i panni di Rodolfo è il tenore Xianmu Wang, che ben funziona in coppia con Chen. Dedizione e volontà a sostegno di una buonissima prova suggellata dall’aria “Che gelida manina”, cantata con affetto e trasporto. Marcello è interpretato dal buon baritono Jeongwoo Lee che ben figura inscenando un uomo che, al pari di Rodolfo, vive una tormentata storia d’amore.

Andrea Ariano, baritono, è Schaunard. Non appare particolarmente incisivo, ma occorre ricordare che il suo è un ruolo da comprimario. Bravo Andrea Porta (Benoît/Alcindoro). Il cast si completa con Giuliano Petouchoff (Parpignol), Antonio Mannarino (Un venditore ambulante), Filippo Balestra, (Un sergente dei doganieri), Roberto Conti (Un doganiere).

Una menzione alla scena finale. Morta Mimì, ai piedi della soffitta si intravede un uomo triste che trascina un carro che trasporta dei bambini. Il carro attraversa, da destra a sinistra, tutto il palcoscenico e rallenta in direzione dei cantanti, che vengono salutati da queste oscure e anonime presenze. Una genialità voluta dal regista Fornari: i bambini rappresentano l’alter ego dei protagonisti che, di fronte al dramma della morte, salutano la giovinezza e si apprestano ad affrontare le travagliate vicende dell’esistenza quotidiana.