Recensioni - Opera

Nel Falstaff a Verona spiccano Luca Micheletti e Marco Filippo Romano

Messa in scena accurata ma discontinua

Dopo aver riproposto l’inedito e raro Falstaff di Antonio Salieri, la Fondazione Arena di Verona prosegue nell’indagare il celebre personaggio scaturito dalla fantasia shakespeariana, concludendo la prima parte della stagione 2026 al Teatro Filarmonico con il ben più celebre e frequentato Falstaff di Giuseppe Verdi.

Titolo di grande repertorio, l’ultima opera di Verdi viene proposta nell’allestimento proveniente dal Teatro Regio di Parma, con la regia di Jacopo Spirei, le scene di Nikolaus Webern, i costumi di Silvia Aymonino e le luci di Fiammetta Baldiserri.

Il regista tenta una sorta di attualizzazione in salsa britannica azzeccando qualche buona idea, ma inciampando, soprattutto nel finale, in soluzioni scontate e a tratti confusionarie. Una grande Union Jack campeggia come velario di proscenio, soluzione che permette cambi scena rapidi e un solo intervallo. La taverna della Giarrettiera è una stanza angusta ma funzionale, che poi si apre in una strada di Windsor con case sbilenche, semafori e frotte di adolescenti con tanto di telefonino. I costumi sono coerenti e ben orchestrati, con diversi richiami agli anni sessanta del novecento. Certo l’unità temporale fra i telefonini e l’ambientazione anni sessanta latita palesemente, ma è peccato veniale fintanto che il brio della scena e le trovate salaci muovono lo spettacolo. In questo senso ben riuscita l’organizzazione registica per il secondo quadro del primo atto, con gli innamorati ben delineati, simpatico il Fenton in kilt, e un certo brio da commedia borghese.

Purtroppo nel terzo atto al regista sembrano svanire le idee, con il passaggio fra la taverna della Giarrettiera e la quercia di Herne organizzato modestamente davanti al sipario bandiera. Il finale poi risulta di assoluta banalità, con qualche pianticella qua e là e una disposizione scenica da tableaux vivant senza particolari guizzi. Falstaff, ovvero Le Allegre Comari di Windsor, nasce con un impianto tipicamente borghese, da teatro di conversazione, ed è tutt’altro che facile da attualizzare in virtù delle stringenti indicazioni sceniche interne di cui è zeppo il testo. È comicità di situazione, che trae la sua forza dall’ambiente borghese, non è una mascherata in cui tutto funziona a prescindere. La messa in scena di Spirei parte bene, ma nel complesso risulta discontinua.

Buona nel suo insieme la compagnia di canto. Spiccano il Falstaff convincente di Marco Filippo Romano, dagli accenti corretti e dalla voce estesa e omogenea, con solo qualche velatura in alto. Dalla sua ha già un buon fraseggio e intenzioni gustose, che sicuramente potrà affinare nel corso della carriera. Ford calza a pennello a Luca Micheletti. Il personaggio permette al baritono bresciano di esprimere tutta la sua verve recitativa e di far splendere al massimo il suo strumento. Una bella prova per lui.

Il Fenton di Marco Ciaponi è scenicamente simpatico e coerente, sciorina una voce facile all’acuto e dal timbro solare e accattivante. Al suo fianco la Nannetta di Vittoriana De Amicis è spigliata e vocalmente ben educata, anche se il suo strumento fatica a riempire l’ampia cavea del Filarmonico.

Alice era Marta Mari, che padroneggia la parte con souplesse. Al suo fianco la veterana Mrs. Quickly di Anna Maria Chiuri, che si diverte e fa divertire il pubblico sfoggiando un canto sicuro e senza sforzo.

Completano professionalmente il cast Marianna Mappa (Meg), Blagoj Nacoski (Dr. Cajus), Matteo Macchioni (Bardolfo), Mariano Buccino (Pistola).

La direzione di Giuseppe Grazioli è risultata pesante e poco attenta al corretto rapporto fra buca e palcoscenico, finendo spesso per coprire i cantanti.

Pubblico abbastanza folto con molti applausi nel finale.

Raffaello Malesci (Domenica 29 Marzo 2026)