Recensioni - Opera

Ogni nota diventa scena

La bohème di Giacomo Puccini torna al Teatro Municipale di Piacenza con la regia di Leo Nucci e Vincenzo Milletarì sul podio dell'Orchestra Filarmonica Italiana

Torna La bohème al Teatro Municipale di Piacenza e mantiene tutta la sua freschezza, innovazione e piacevolezza.

Ognuno filtra il mondo attraverso gli occhi della sua sensibilità e sicuramente il regista Leo Nucci ne ha tanta per averci deliziato con una regia sopraffina e curatissima.

Ogni nota era espressa visivamente dall'atto scenico, ogni didascalia dello spartito era presente sul palcoscenico, dal numero delle sedie, alla candela, al libro per riparare la fiamma, solo per citare qualche esempio. E che raffinatezza nel definire i personaggi: ecco alcuni esempi. Mimì che si avvicina sul pianerottolo ma non bussa sentendo voci all'interno, poi torna e, capendo che in casa c'è solo Rodolfo, spegne la sua candela e chiede di entrare. Sono sempre le donne che scelgono…

E quando la scusa della candela da accendere non ha più senso di esistere, Mimì la spegne una seconda volta per rimanere ancora nella soffitta e cercare, al buio, la chiave persa. Nel finale, quando Musetta avvisa che Mimì è sulle scale e più non regge, viene portata sul pianerottolo una sedia e, quando Mimì arriva, si può sedere e riposare prima di entrare nella soffitta. Colline è capellone e in disordine all'inizio dell'opera, poi va dal barbiere ed ecco che riappare pettinato e con la barba curata.

Il secondo atto è di una bellezza travolgente tanto che il pubblico ha rumoreggiato, si sono sentiti degli "Oh!" ed è stato difficile trattenere un applauso a scena aperta. Si apre con un fermo immagine, scena buia, illuminata solo una ragazza che suona con la fisarmonica il valzer di Musetta e, sulle note, una bimba passa tra la folla cercando, col suo cappello, l'elemosina. Ma un gendarme glielo impedisce. Quando Musetta canta la sua aria, passa con il cappello della mendicante a raccogliere monete tra chi la ascolta e poi glielo restituisce.

Queste sono alcune delle sottigliezze che non ho mai trovato nemmeno nelle regie dei grandissimi.

Per non parlare degli sguardi e delle espressioni che tutti i protagonisti hanno usato per evidenziare gli stati d'animo che stavano provando. Veramente si può dire che finalmente abbiamo potuto assistere alla Bohème di Giacomo Puccini, messa in scena da Leo Nucci! Come deve essere sempre! Tony Contartese era l'aiuto regista. Le scene di Carlo Centolavigna sono di una bellezza da lasciare senza fiato, con quel pianerottolo aggiunto che ha arricchito di nuovo smalto lo svolgersi dell'opera.

E che dire dei finestroni che lasciavano intravedere all'esterno i tetti di Parigi?

Come sempre eleganti e stupendi per tessuto e foggia i costumi di Artemio Cabassi, un genio che sa creare gli abiti in modo da trasmettere l'animo di chi li indossa. D'effetto le luci di Michele Cremona, che con i giochi di chiaroscuro ha saputo ricreare il grigio del cielo invernale, l'azzurro della primavera, la notte e il giorno.

Sempre perfetto il coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto dal maestro Corrado Casati. Stupende le voci bianche del Conservatorio Nicolini di Piacenza dirette dal maestro Marcello Valentini. Bravi gli allievi del conservatorio che formavano la banda.

Bravissimo il direttore d'orchestra Vincenzo Milletarì alla guida della sempre valida Orchestra Filarmonica Italiana che ci ha regalato un suono che ha cesellato ogni nota, estraendo da essa ciò che il compositore vi aveva racchiuso. Pause, attacchi puliti, stacchi, ritmo, mai volume alto che copriva le voci, una lettura della partitura davvero di grandissimo spessore, senza dimenticare che il secondo atto è una delle scritture musicali che fanno tremare i polsi ai direttori tanto è complessa la sua orchestrazione. Si sentiva il "respiro della musica", forse la più bella Bohème che abbia mai ascoltato.

Sublime Claudia Pavone nel ruolo della protagonista, un'altra partitura che sembra scritta per le sue corde. Con il suo modo di porgere le note, il fraseggio, l'agilità tecnica, la bravura vocale e scenica, ha riempito di gioia le mie orecchie e il mio animo e mi ha fatto ricordare perché mi piaceva la lirica. Da brivido l'aria "Mi chiamano Mimì" che ha ricevuto un interminabile applauso e la richiesta di bis. Da pelle d'oca il terzo e il quarto atto: memorabile la sua interpretazione.

Mariam Battistelli era Musetta, il personaggio più umano dell'opera, che sente pietà per gli altri, che sacrifica i suoi gioielli per mandare Marcello a prendere un cordiale e chiamare un dottore, pur sapendo che per Mimì non c'è più nulla da fare. Va per il manicotto, prega la Madonna per Mimì. Ama la vita e la sua libertà. Ha cantato con grinta, solidità vocale e una gestualità che avvolgeva non solo Marcello, ma anche il pubblico.

Rodolfo era Davide Giusti, entrato in corso d'opera nel cast, negli ultimissimi giorni delle prove. Ha dato il meglio di sé sia scenicamente che vocalmente, migliorando di recita in recita, ricevendo calorosi applausi dopo l'aria "Che gelida manina".

Gli altri tre amici bohémien e scapestrati hanno definito bene i loro personaggi sia a livello vocale che scenico: Marcello era Fabrizio Brancaccio, Schaunard era Fernando Cisneros, Colline era Diego Maffezzoni.

Ben caratterizzati i ruoli di Benoit/Alcindoro di Dario Giorgelè, il Parpignol di Carlo Bellingeri, il sergente dei doganieri Luca Marcheselli, un doganiere Kazuya Noda e Lorenzo Sivelli, un venditore ambulante.

Una produzione indimenticabile, con il pubblico che ha applaudito a lungo tutti gli interpreti, con un entusiasmo maggiore per Claudia Pavone, Vincenzo Milletarì e Leo Nucci.

Dopo gli applausi, col pubblico in piedi, c'è stato un momento di silenzio ed è partito un "Tanti auguri a te" rivolto al tenore Davide Giusti che ha compiuto oggi gli anni.