Robert Carsen ambienta l'opera in una galleria d'arte
Dopo la storica edizione del 1961 alla Piccola Scala, gioiellino di teatro sparito, ahimè, per far posto alla biglietteria, per altro successivamente ricollocata altrove; ecco che approda nella sala del Piermarini L'Orontea, opera tra le più apprezzate nella seconda metà del 1600.
L'autore è Antonio Cesti, frate protetto prima dalla famiglia Medici, che chiese al Papa di esentarlo dalla vita monastica, visto che era un ottimo compositore e tenore. Successivamente passa alla corte dell’Arciduca Ferdinando Carlo del Tirolo, imparentato alla famiglia Medici. L'Orontea fu composta proprio per Innsbruck ottenendo molto successo.
È una commedia brillante sullo stile del periodo, creata con un meccanismo drammatico efficace e divertente, con equivoci e colpi di scena fino all'immancabile lieto fine. Il regista Robert Carsen sposta l'azione dalla corte della regina D'Egitto Orontea ad una galleria d'arte. Approfittando del fatto che Alidoro è un pittore ecco che così Orontea diviene la proprietaria della galleria. Alidoro fa innamorare tutte le donne che incontra forse perché lui stesso è affascinato da esse in quanto dipinge ritratti di donne. Come è noto, il pittore trasmette le sue emozioni alla modella e la modella le trasmette al pittore, che ne viene influenzato.
La scelta di mettere in scena l'opera in una galleria d'arte può essere giustificata dal fatto che le note dipingono il suono e che tutto è arte: musica, pittura, prosa. Le scene moderne e i costumi di Gideon Davey non disturbano la musica e favoriscono i continui colpi di scena. La storia tratta come sempre dell'amore, allora ancora visto come freccia di Cupido e non con i tagli psicologici presenti nelle opere di periodi successivi. Questa opera è completa e fa da trampolino per la susseguente opera buffa. Infatti ci sono scenette divertenti soprattutto col personaggio di Gelone, perennemente ubriaco e per questo molto veritiero. Belli e coordinati con la musica i cambi scena a vista su piattaforma girevole. Perfette le luci di Robert Carsen e di Peter Van Praet.
La concertazione del Direttore Giovanni Antonini, grande esperto delle composizioni del 600 e 700, è meravigliosa. L'orchestra è composta anche da liuti, tiorbe, due clavicembali, arpa, dulciana, viola da gamba, violoncello, lirone e organo. Grande importanza assume la concertazione del basso continuo che ha implicazioni dirette sulla drammaturgia.
L'unica cosa che stonava è stata che alla fine del primo atto e nel finale, mentre l'orchestra stava suonando e la parte cantata era terminata, sul palcoscenico sono state rappresentati un vernissage e l'inaugurazione della mostra dei dipinti di Alidoro, con i partecipanti che urlavano e facevano baccano coprendo il suono orchestrale.
Veniamo alla compagnia di canto, molto preparata e ben assortita: Orontea era interpretata dal mezzosoprano Stephanie d'Oustrac, Creonte era Mirco Palazzi, basso. Silandra era il soprano Francesca Pia Vitale. Corindo era Hugh Cutting, controtenore. Gelone un bravissimo Luca Tittoto.
Tibrino era Sara Blanch, soprano. Aristea era Marcela Rahal, mezzosoprano. Alidoro era il controtenore Carlo Vistoli. Giacinta era Maria Nazarova, soprano. Non parlerò diffusamente di ciascuno di loro perché dovrei ripetermi. Grandi interpreti sia a livello musicale che scenico, voci adatte al ruolo, emissione perfetta, sincronismo e sicurezza.
È proprio vero che la musica è atemporale, sempre moderna, perché ci riporta al tempo in cui venne composta.
Il pubblico, quella parte almeno che è rimasta fino alla fine, ha apprezzato la produzione e per tutti ci sono stati applausi convinti.