Dopo l'ottima trilogia d'autunno dedicata ad Händel, il teatro Alighieri di Ravenna apre la stagione lirica con il Macbeth di Giuseppe Verdi
Un nuovo allestimento del Teatro Verdi di Pisa, in coproduzione con Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro Galli di Rimini, Teatro Carlo Felice di Genova, Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena, Teatro Goldoni di Livorno, Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Teatro Comunale di Ferrara.
La regia è di Fabio Ceresa, che gestisce bene lo spazio del teatro per creare uno spettacolo interessante dal punto di vista visivo, dove "L'ordine dell'universo precede e governa la volontà umana. Non c'è morale, non c'è psicologia, ma solo una danza di forze che attraversano il buio e la luce".
La scena (praticamente fissa) di Tiziano Santi si divide in due parti. Il proscenio è dominato da un nero pece, sullo sfondo una serie di cornici concentriche che portano ad un varco apribile, una sorta di universo ultraterreno dove appaiono le streghe (tre donne vestite di nero che giocano con della stoffa rossa che simboleggia il sangue), gli oggetti, i fantasmi dei morti e i re futuri. Non mancano momenti di originalità: L'uccisione di Banco in stop-motion come un novello Giulio Cesare, il lancio dell'oro della lady nel brindisi e il finale dove Macbeth viene spogliato di ogni regalità. Ottimo il lavoro nelle luci di Cristian Zucaro, particolari i costumi di Giuseppe Palella con un eccesso di paillettes per i protagonisti (la Lady sembrava una Turandot), più sobri invece quelli del coro dal colore blu notte. Ben realizzate le coreografie di Mattia Agatiello, eseguite dalla compagnia di danza Fattoria Vittadini.
Il maestro Giuseppe Finzi dirige con cura e con gesti eleganti l'Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, che è risultata brillante e compatta nelle varie sezioni. Ne esce una concertazione di alto livello che fa emergere i giusti colori, con i suoi momenti di tensione drammatica e di cupezza, scegliendo tempi serrati e sonorità voluminose, sempre perfettamente equilibrate tra buca e palcoscenico. Sugli scudi anche la prova del Coro Lirico di Modena diretto dal maestro Giovanni Farina. Ben centrate le streghe, specialmente nel terzo atto, il potente finale del primo atto, i sicari del secondo atto, fino ad arrivare al dolente "Patria oppressa”.
Franco Vassallo è un solido Macbeth, dal timbro schiettamente baritonale. La voce ampia, calibrata, corposa, attenta alla parola scenica. C'è anche una ricerca psicologica del personaggio, dove mette in risalto il tormento interiore, sia nei duetti con la lady, che nelle apparizioni. L'aria "Pietà, rispetto, onore" (finalmente eseguita come nell'edizione critica) è cantata con morbidezza ed intensità.
Marily Santoro tratteggia una Lady Macbeth di grande livello, muovendosi con sicurezza nelle agilità, negli acuti, con varietà di accenti, cura nel fraseggio e omogeneità nei registri. Bene la cavatina "Vieni t'affretta", più tagliente nella cabaletta "Or tutti sorgete". "La luce langue" è quanto mai potente, l'aria del sonnambulismo risolta con un convincente re bemolle. Anche scenicamente risulta quanto mai spietata negli sguardi e usando parole sussurrate che amplificano ulteriormente la sua perfidia.
Di classe il Banco, interpretato da Roberto Scandiuzzi che ancora possiede una voce brunita, profonda, possente. L'adagio "Come dal ciel precipita" è scandito con puro terrore. Matteo Falcier è un Macduff dalla voce leggera, garbata, che affronta senza problemi la celebre aria "Ah la paterna mano". Squillante e ben proiettato il Malcolm di Francesco Pittari. Ottima Erica Cortese come Dama di Lady Macbeth, che emerge brillantemente anche nel concertato del primo atto. Alin Anca si muove bene nei ruoli di medico, domestico, sicario e araldo. Le apparizioni erano interpretate da Leonardo Cavezzali e Aldo Minguzzi (solisti del Coro di Voci bianche Ludus Vocalis e Scuola Novello maestro preparatore Elisabetta Agostini).
Vivo successo nel finale, con ovazioni per Vassallo, Santoro e Scandiuzzi.
Marco Sonaglia (Teatro Alighieri-Ravenna 30 gennaio 2026)