Recensioni - Opera

Re Lear apre la stagione al Teatro Romano

L’estate teatrale Veronese si è inaugurata l’altra sera con un nuovo allestimento del shakespeariano Re Lear al Teatro Romano. La ...

L’estate teatrale Veronese si è inaugurata l’altra sera con un nuovo allestimento del shakespeariano Re Lear al Teatro Romano. La prima è stata preceduto dall’assegnazione a Giorgio Albertazzi del 47° premio Renato Simoni per la fedeltà al Teatro di Prosa.

Lo spettacolo proposto da Calenda puntava molto sui toni scuri e su una scenografia volutamente spoglia, di rigore quasi giapponese, che all’esplodere dalla pazzia di Lear si apre mostrando un grande tronco abbattuto dalla tempesta quasi a simboleggiare la possanza perduta del grande Re. La regia sommamante statica imbalsamava i personaggi in costumi primi novecento, a cura di di Bruno Buonincontri come le scene, per liberarli solo alla fine all’esplodere della pazzia, reale o finta, in Lear ed in Edgar. Ottime le belle ed evocative luci di Nino Napoletano.

La tragedia si dipana integralmente senza grandi colpi di scena mescolando una recitazione originale e sopra le righe da parte del protagonista Roberto Herlitzka, che mescola accenti tragici, grottesche ed ironici, ad un buon mestiere da parte del resto della compagnia su cui spicca il Kent di Osvaldo Ruggieri e, anche se in modo discontinuo, l’Edgar di Luca Lazzareschi.

Il lavoro di Calenda non annoia mai, ottimemente supportato dagli attori, ma neanche coinvolge o illumina il testo di simbologie formali chiare e avvincenti. Il puntare tutto sulla condizione senile di un re che a tratti appare veramente gaglioffo e insopportabile, per poi vestirlo di una candida veste bianca con fiorellini alla fine, accentua sì una dimensione onirica e psicotica della sua condizione, ma non gli permette di illuminare a dovere alcuni monologhi fondamentali, così come di commuovere realmente nel tragico finale. Il non condire poi di altrettanta ironia la recitazione del resto del cast, particolarmente arcigne e troppo teatrali le due sorelle malvagie Regana e Gonerilla interpretate rispettivamente da Arianna Ninchi e da Rossana Mortara, produce nello spettatore una sorta di sfasamento per cui Lear sembra appartenere ad un mondo diverso dagli altri. Questo se da una parte può accentuare il fattore straniante di un Lear senile e riverso nella sua mente delirante dall’altra lo destituisce di credibilità e gli fa mancare la necessaria compassione da parte dell’auditorio.

Può certo essere questa una lettura interessante e innovativa ma che nell’allestimento strideva palesemente con la recitazione del resto del cast più puntata sull’esteriorità e sulla teatralità tanto che il pur bravo Luca Lazzareschi trova sì i giusti accenti nei tic della pazzia, ma risulta in difficoltà in un contesto del genere nell’agnizione finale. Così l’Edmund di Alessandro Prezioni, perennemente sopra le righe, e il Gloucester di Giorgio Lanza anche se ci è parso che il suo personaggio fosse il più in linea con la lettura portata avanti dal regista sul protagonista. Condendo i grandi vecchi della tragedia di ironia e di lucido rincoglionimento Calenda poteva imboccare una strada sicuramente innovativa ma che si è scontrata con un allestimento formalmente troppo acrcigno e di scarsa esplicazione simbolica in questo senso e con un cast che, pur formalemnte corretto, forse non sempre è riuscito ad esplicare gli intenti registici.

Nonostante le oltre tre ore di spettacolo il pubblico ha seguito con buona attenzione, appena disturbato da alcune gocce di pioggia nel corso della serata. Applausi cordiali per tutti gli interpreti alla fine.

(Mercoledì 7 Luglio 2004) A. Manuelli