Non riuscito il tentativo di Valentina Carrasco di dare nuova forma al Simon Boccanegra del 1857
Ritorna a Parma il Festival Verdi proponendo il Simon Boccanegra ma nella versione del 1857, cioè la prima composta da Verdi e presto scomparsa dalle scene a seguito della revisione effettuata insieme ad Arrigo Boito nel 1881, divenuta poi la versione definitiva dell’opera.
Ritroviamo pertanto un’opera sicuramente acerba, forse composta in fretta, in anni in cui inevitabilmente il giovane Verdi era costretto a rincorrere le produzioni e le richieste dei teatri. Interessante l’operazione, ma in un certo modo anche abbastanza elitaria, non trattandosi di una riscoperta, ma di documentare un passaggio che porterà ad una successiva composizione, sicuramente più riuscita e di stabile repertorio.
Questa è però la giusta finalità dei festival, così come il proporre messe in scena innovative, che scavino in capolavori consolidati, illuminandoli di nuova luce e di nuove letture. La regia è stata perciò affidata ad una regista, Valentina Carrasco, nota per le sue letture poco ortodosse, innovative, a volte provocatorie.
La Carrasco sceglie un taglio contemporaneo e ambienta l’azione nella Genova degli anni sessanta/settanta del novecento, nel pieno della contestazione operaia. Sono dunque i lavoratori portuali, più in specifico gli addetti ad un grande macello, a portare al soglio ducale il pirata Simone Boccanegra, mentre tutta la vicenda si svolge fra quarti di bue appesi, immagini di rivolta proiettate, container marittimi e tavoli per il taglio delle carni macellate.
La povera Maria/Amelia per sfuggire allo squallore della situazione è costretta a coltivare ciclamini in aiuole ben squadrate all’interno di un container adattato alla meglio a idillico rifugio. L’apoteosi di Simone avviene di conseguenza durante una festa operaia, con tanto di grandi grill per cuocere la carne. Non mancano striscioni di bandierine colorate appese, un ballo degli operai/coristi che si divertono a danzare sulla musica di Verdi – fra parentesi una delle poche scene registicamente e interpretativamente ben riuscite – e un grande striscione calato dall’alto con la scritta “Viva Simone!”.
Le scene più crude avvengono poi fra file di carcasse di manzi appese, che calano dall’alto per poi nuovamente scomparire, un rimando evidente alla violenza e al sangue connaturato al potere e alla faida che coinvolge le fazioni genovesi.
La simbologia prosegue nel finale con una sorta di redenzione trasformativa, per cui la scena si illumina di un’alba artificiale creata con fari teatrali, dal cemento del porto spunta il grano e il popolo dei lavoratori del macello si sono trasformati in idilliaci contadini che portano messi al morente Simone, insieme ad un agnello, forse simbolo mistico di redenzione e salvezza.
Le simbologie potrebbero essere numerose, la lettura, anche se azzardata, innovativa, ma il tutto naufraga inesorabilmente sulla difficoltà degli interpreti di impersonare efficacemente la drammaturgia sottesa alla regia. Insomma se la Carrasco voleva fare “Regietheater” alla tedesca è mancata proprio sulla regia e sulla preparazione scenica dei cantanti, che, chi più chi meno, assolvono diligentemente il loro compito ma non risultano mai particolarmente credibili all’interno di questa messa in scena.
Si salva Vladimir Stoyanov, che forte di una propria esperienza scenica, è sempre presente al suo personaggio e cerca di incarnare la nobiltà del doge anche in cappotto con il collo di pelliccia. Assolutamente in difficoltà scenicamente sia Roberta Mantegna, Paolo Pretti e Riccardo Zanellato, che si limitano a cantare senza mai essere personaggi, eseguono puntualmente le disposizioni sceniche della regia senza mai dare convinzione e credibilità a quello che fanno.
Al di là della resa vocale, di cui riferiremo più avanti, il punto di questa messa in scena sta proprio qui: non è possibile affrontare questa tipologia di progetti senza concordare preventivamente con la direzione artistica una linea comune che permetta poi di disporre di interpreti in grado anche scenicamente di seguire una strada innovativa, appunto un concetto di “Regietheater”. Inoltre programmare un numero congruo di prove è fondamentale, da quanto si è visto non pare che dette prove siano state sufficienti.
Se manca questo l’innovazione si limita, come è puntualmente accaduto, ad una messa in scena un tantino provocatoria e spesso confusa, recitata da cantanti (spiace dirlo non da cantanti-attori) ancorati a pose e stilemi del più classico teatro d’opera. Allora i manzi appesi danno scandalo perché non c'è probabilmente il tempo di preparare gli interpreti a mutare la loro prassi scenica, venendo incontro alla lettura della regia.
La considerazione non è peregrina in quanto fare un teatro d’opera che sia innovativo, o più semplicemente contemporaneo, parte necessariamente da lontano, da un’intesa fra la scelta e gli intenti del regista e la scelta e le capacità, anche sceniche, degli interpreti. Resta la speranza che un festival che ha il compito di innovare il modo di mettere in scena Verdi riesca per il futuro a creare questa sinergia in un'intesa fra regia e interpreti che sappiano veicolare un teatro d’opera pienamente contemporaneo.
Un’occasione perduta dunque, il che non significa assolvere completamente Valentina Carrasco, il cui progetto non ha comunque convinto fino in fondo per una certa vaghezza dell’impianto drammaturgico che sfocia più volte in eccesso simbolico e confusione.
La parte musicale è stata ben tratteggiata dall’attenta direzione di Riccardo Frizza, che ha il merito di sottolineare il dato corrusco a tratti bandistico del primo Verdi senza perdere di vista i rimandi belcantistici e donizettiani presenti nella partitura.
Vladimir Stoyanov, Simone Boccanegra, è l’unico che riesce ad assurgere a personaggio, riuscendo a fondere un canto ispirato e sorvegliato, di ottima base tecnica, con una buona presenza scenica e un valido tentativo di interpretare il personaggio. Roberta Mantegna, Maria/Amelia, canta in modo diligente e corretto, ma risulta sempre spaesata come interprete, a volte assente. Lo stesso dicasi per il Gabriele Adorno di Piero Pretti, che, pur cantando in modo corretto, non convince né come innamorato, né come antagonista del Doge. Riccardo Zanellato, Fiesco, si limita ad essere presente in scena, cantando in modo ispirato la sua famosa romanza iniziale, senza però lasciare il segno nel prosieguo dell’opera. Devid Cecconi è un Paolo Albiani dall’emissione ruvida e spesso affaticata.
Il pubblico, sostanzialmente tiepido per tutta la recita, ha salutato con cortesia gli interpreti nel finale. Non è mancata qualche sparuta contestazione all’apparire dei famigerati manzi in scena.
Raffaello Malesci (29 Settembre 2022)