Recensioni - Opera

Solo i cantanti salvano il Rigoletto in trattoria

Generica e banale la nuova produzione di Rigoletto a firma di Antonio Albanese. Si difende bene il cast vocale

Seconda nuova produzione per la fondazione Arena nell’estate 2023: Rigoletto di Giuseppe Verdi. La regia è stata affidata ad Antonio Albanese, coadiuvato per le scene da Juan Guillermo Nova e per i costumi da Valeria Donata Bettella.

Il regista sceglie di trasporre la vicenda negli anni cinquanta del novecento, ispirandosi in parte al filone cinematografico del neorealismo, richiamato durante l’overture dalla proiezione, invero abbastanza nascosta e poco visibile, di alcuni spezzoni di “Bellissima” di Luchino Visconti.

La scena presenta nel primo quadro una “Trattoria alla Dogana”, in un casolare di chiara collocazione padana, che, su un palcoscenico girevole, si trasforma in successione nella casa di Rigoletto e nell’interno della dimora del duca. Il tutto farcito di particolari naturalistici mai utilizzati né valorizzati, puro decoro; una specie di intangibile natura morta padana davanti alla quale si muovono i cantanti.

Non manca nel primo atto una sorta di festa nell’aia con tanto di tovagliette a quadri bianchi e rossi rubate all’immaginario della “pizzeria italiana” di una qualsiasi città tedesca (spesso poi gestita da pizzaioli che tutto sono fuorché italiani); lo stagno a destra e a sinistra della scena, con tanto di ponticello e sparute canne che escono dal fango; pali della luce e le immancabili sedie vintage che “fanno tanto anni cinquanta”. Nel terzo atto la casa di Sparafucile è una chiatta ancorata sulla riva destra (o era deserta?) del Mincio.

Tutte le scene si svolgono costantemente a proscenio, nullo l’utilizzo della suggestione data dall’anfiteatro veronese. Immancabili però sullo sfondo una serie di alberelli di rotonda perfezione frondosa che, se vogliamo ben vedere, nulla hanno a che fare con ciò che veramente troviamo nella bassa mantovana o ferrarese. Generici i costumi, con Rigoletto che sembrava più Tonio dei Pagliacci che un saltimbanco o un buffone.

Tutti sappiamo quanto un titolo di grande repertorio come Rigoletto abbia bisogno interpretazioni originali e letture innovative, proprio per riscoprire un’opera che altrimenti, nell’abuso del repertorio, rischia di diventare solo museale o, peggio, palestra di divismo vocale. Tuttavia la semplice trasposizione in un’altra epoca, se non accompagnata da una lettura drammaturgica innovativa e pregnante, si riduce a puro esercizio stilistico, ove la scenografia diventa bozzetto presepiale e i costumi riproduzioni da manuale accademico.

E a questo si è ridotta la non regia di Albanese: cantanti disposti in scena frontalmente, inquadrati da una accurata se pur banale confezione scenica. Un coro che entrava e usciva posizionandosi per lo più ai lati della scena, facendoci rimpiangere i pur vetusti tableaux vivant di Zeffirelli.

È mancato il teatro, il dramma, la visione drammaturgica, in questo modo anche Rigoletto rischia di sembrare vecchio a dispetto degli ottimi cast che l’Arena propone sera dopo sera.

Infatti la serata è stata salvata, per quanto possibile, dai cantanti. In primis dall’interessante e sfaccettato Rigoletto di Ludovic Tézier. Il cantante francese ha classe da vendere e ci propone un Rigoletto molto personale, lontano dalla tradizione, fatto di attenzione alla parola, tensioni declamatorie, profondità di accenti, gesti calibrati e asciutti, presenza scenica. Il suo Rigoletto ci è piaciuto anche al netto di qualche imperfezione e amnesia, dovuta probabilmente al fatto di ricoprire il ruolo per una sola replica.

Ottimo anche il Duca, in questo caso un signorotto padano, di Yusif Eyvazov, che pur non avendo un timbro adamantino risolve brillantemente e con convinzione la parte, sfoggiando voce piena e sonora e guadagnandosi più di un meritato applauso. Anche per lui qualche incertezza mnemonica risolta con professionalità e souplesse.

Gilda era Giulia Mazzola, che sostituiva la prevista Nina Minasyan, e che ha ben figurato, anche se particolarmente penalizzata da regia e costumi. Convincente e applaudito il suo “Gualtier Maldè”.

Superbo lo Sparafucile di Gianluca Buratto, che incanta con voce piena, timbrata e tonitruante. Strappa un applauso spontaneo nel finale del celebre duetto con Rigoletto, grazie ad un fa basso di impressionate sonorità e durata, confermando l’ottima impressione già data in occasione del Rigoletto al Filarmonico di Verona della scorsa stagione. Meno a fuoco per volume negli spazi areniani la Maddalena di Valeria Girardello.

Professionali tutti i comprimari fra cui spiccavano il Marullo di Nicolò Ceriani, il Monterone di Gianfranco Montresor e la Giovanna della brava Agostina Smimmero.

Coinvolta e appropriata la direzione di Marco Armiliato che ha staccato tempi rilassati per facilitare il rapporto fra buca e palcoscenico.

Arena non pienissima ma con ottimo successo nel finale.

Raffaello Malesci (Venerdì 7 Luglio 2023)