Recensioni - Opera

Spazio al contemporaneo alla Scala con Anna A

In scena la nuova opera di Silvia Colasanti

Al Teatro alla Scala si registra il sold out per la recita di Anna A. L’opera definita in frammenti, in unico atto, composta da Silvia Colasanti, classe 1979, su libretto di Paolo Nori con la collaborazione di Fabrizio Sinisi, vede la partecipazione dell’Orchestra e del Coro giovanile dell’Accademia Teatro alla Scala, mentre alcuni interpreti provengono dall’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici del teatro scaligero.

Anna A è un’opera contemporanea, commissionata dal Teatro alla Scala, diretta (nella rappresentazione del 23 novembre) dal Maestro Paolo Spadaro (Maestro del coro è Dario Grandini), con la regia di Giulia Giammona.

La storia narrata è quella della poetessa ucraina Anna Achmatova, vissuta dal 1889 al 1966, che prese aspramente le distanze da Stalin negli anni delle “grandi purghe”.

La scenografia è minimale e mostra l’interno di un appartamento su due livelli. Al di fuori, in un angolo che raffigura un mondo a parte, vi è l’anziana Anna del Presente, (impersonata dall’attrice italiana Elena Ghiaurov), in compagnia dell’amica Lidija Čukovskaja (Carlotta Vescovo), con la quale si confida. Entrambe non cantano, bensì recitano, sovente sostenute dall’orchestra. Tutto quello che ella racconta, viene messo in vita all’interno dell’alloggio, dove la giovane Anna del Passato narra, attraverso il canto lirico, la sua esistenza, i suoi amori, i divertimenti, le sofferenze.

Presente e passato si fondono meravigliosamente nell’attualità di una realtà segnata per Anna non solo da fugaci gioie quotidiane (si pensi alla festa da ballo dove Anna del Passato si reca col primo marito Gumilëv per svagarsi in compagnia di altri uomini di cultura, ammettendo mesta che mentre fuori domina la guerra, apportatrice di morte e distruzione, da loro invece suonano i violini), ma soprattutto dal dispiacere per il figlio Lev, incarcerato dai membri del regime. Questo evento aveva portato Anna Achmatova a visitare per diciassette mesi, dal marzo 1938, il carcere delle Croci di Leningrado, sperando di averne notizie. Su questo triste avvenimento, che coinvolse altre donne nella sua stessa situazione, ella andò a scrivere un Requiem, un ciclo di poesie incentrate su quegli anni che tanta sofferenza hanno provocato in molte persone.

Sullo sfondo si proiettano, in bianco e nero, foto e video che ritraggono i cantanti coinvolti in determinati avvenimenti, oltre a persone realmente esistite (la stessa Achmatova, ma anche i compositori Igor Stravinskij e Sergej Prokof’ev). Scorrono pure date e didascalie che hanno la funzione di fornire un filo logico che chiarisca allo spettatore l’evolversi della vicenda. Ossessionata dal desiderio di rivedere il figlio sottratto, Anna del Presente non smetterà di sperare di incontrarlo e non si arrenderà fino alla morte, avvenuta nel sanatorio di Domoedovo nel 1966 quando la poetessa, incantata dal sorgere dell’alba, esclamerà consapevole: “Che bella luce, per morire”.

Anna A, alla prima rappresentazione assoluta, è sicuramente uno spettacolo alternativo, che non può e non va paragonato ai capolavori operistici dei secoli scorsi.

Si tratta di un qualcosa di diverso, un tentativo di sperimentazione che propone degli elementi positivi. Brava e molto coraggiosa si è dimostrata la Colasanti nel presentare tale lavoro. La durata dell’opera è di circa settantacinque minuti, essa è concepita anche per un pubblico di ragazzi. Non è “pesante”, la partitura non prevede parti complesse, ma la musica è davvero originale, ricca di sfumature e colori (spazio anche a una polka), e vale un riascolto.

Per quanto concerne il cast buona la prova del soprano Laura Lolita Perešivana, non sempre chiarissima nella dizione, che esibisce un canto vibrante, a tratti aggressivo, mostrando una raffinata tecnica di base. Bene il soprano Aleksandrina Mihaylova, nella duplice veste di Nina Berberova e di Marina Cvetaeva.

Il mezzosoprano Valentina Pluzhinikova inscena, invece, i ruoli di Zinaida Gippus e Nadezda Mandel’štam. Non sfigurano gli interpreti maschili dell’Accademia: Hayang Guy (Osip Mandel’štam), Geunhwa Lee (Sergej Gorodeckij e Nikolaj Punin), Wonjun Jo (Nikolaj Gumilëv e Michail Bulgakov), Xhieldo Hyseni (Boris Pasternak).

Il baritono Damiano Salerno, che rappresenta la figura allegorica del Potere, cattura l’attenzione intonando la lunga aria (di poco superiore ai sei minuti) “Compiaciuti, siete”, sorta sul testo riferito alla scena del Grande Inquisitore tratto dal romanzo “I fratelli Karamazov” di Fedor Dostoevskij, esibendo un timbro caldo, ma tenebroso e mostrando un innegabile carisma.

Il messaggio comunicato dal Potere è che tutti gli individui vogliono essere sollevati dall’incombenza di dover effettuare delle scelte; meglio che sia qualcun altro a raccogliere il gravoso compito di decidere per tutti. La libertà di conseguenza, rimane solo una parola.

Una menzione anche per il Coro dell’Accademia (definito dalla Colasanti coro delle madri), formato da tristi donne vestite in modo sciatto che, al pari di Anna, resistono in fila davanti al carcere delle Croci in attesa di notizie del proprio marito, figlio o fratello.

Bella anche la scena conclusiva dove compare Anna bambina, che con entusiasmo si affaccia all’esistenza, e il conseguente ricongiungimento delle tre Anna appare molto significativo: tutte le età della vita contribuiscono a formare pienamente una persona con il suo bagaglio di esperienza, di ricordi, di illusioni e rimpianti.

Davvero bravi i musicisti dell’Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala che, al momento di prendere posto dinanzi agli strumenti, prima che inizi lo spettacolo, vengono accolti dagli applausi. Lo prevede la prassi, chiaro, ma in questo caso il pubblico sente di voler incoraggiare dei talentuosi interpreti che, per nulla intimoriti dalla responsabilità di suonare in un contesto rilevante, sciorinano una prestazione positiva.

A fine serata Silvia Colasanti, in compagnia dei suoi collaboratori, può sorridere soddisfatta.