Più di quarant’anni di carriera tra Scala, Arena e Metropolitan e un concorso internazionale per i giovani: il tenore racconta come si diventa interpreti
La seconda edizione del Concorso lirico internazionale Nicola Martinucci si avvia alle fasi finali, confermando la propria vocazione a individuare e sostenere nuovi talenti del panorama operistico. Il concorso porta il nome di uno dei tenori italiani più autorevoli della sua generazione, protagonista di una carriera internazionale che lo ha condotto sui palcoscenici dei maggiori teatri del mondo, dalla Scala al Metropolitan, dall’Arena di Verona alla Royal Opera House. Forte di più di quarant’anni di esperienza e dell’insegnamento ricevuto da grandi maestri, Martinucci affida oggi a questa iniziativa una parte significativa della propria eredità artistica: offrire ai giovani cantanti un’occasione di confronto autentico, fondata sul merito, sul rigore dello studio e sulla capacità di trasformare la voce in espressione e verità interpretativa. Nell’intervista riflette sul talento, sulla formazione e sulle sfide della lirica contemporanea, delineando la visione di un concorso che ambisce a essere non soltanto una competizione, ma un’opportunità concreta di crescita e di futuro.
Maestro Martinucci, il concorso lirico internazionale che porta il suo nome arriva alla seconda edizione. Quale giovane artista desidera contribuire a scoprire e sostenere attraverso questa iniziativa? E che cosa, al di là della tecnica e della qualità vocale, le fa riconoscere in un interprete la presenza di un autentico talento?
Nicola Martinucci: Al di là della vocalità e della tecnica – sperando ovviamente di trovarle entrambe nello stesso artista –, ciò che davvero colpisce e fa la differenza è la forza interiore. Cerco la capacità di trasmettere quella grinta e quel fuoco che devono appartenere all’interprete: un’energia che non porta a esplodere in modo scomposto nel canto, ma che si traduce in un rigoroso controllo dello strumento vocale. Questa intensità deve arrivare al pubblico come una necessità estrema, un bisogno viscerale di fare questo mestiere senza mezze misure. Vorrei contribuire a scoprire un artista che nella vita ha fatto sacrifici, che ha creduto profondamente in se stesso e che, nonostante le porte chiuse e le difficoltà incontrate lungo il cammino, non ha mai smesso di lottare e di studiare con dedizione. Voglio premiare l’impegno, la dedizione.
Lei ha attraversato più di quarant’anni di storia del teatro d’opera, calcando i palcoscenici più prestigiosi del mondo. Guardando oggi a quel lungo percorso, quali incontri, esperienze e insegnamenti sente di aver portato con sé e di voler trasmettere alle nuove generazioni?
Nicola Martinucci: Nel corso della mia vita ho avuto la fortuna di incontrare grandi maestri e, soprattutto, persone che hanno creduto in me fin dall’inizio, quando c’erano soltanto la volontà e poco altro. Ho avuto la grandissima e straordinaria fortuna di essere scoperto da Mario Del Monaco, il quale ha visto in me quella voglia profonda di cantare e ha capito subito cosa fare: mi ha affidato all’unica persona di cui si fidava, ovvero suo fratello Marcello. Se ripenso a quel dono ricevuto, oggi il mio desiderio più grande è proprio questo: vorrei essere per i ragazzi che partecipano al concorso quella stessa figura che ha creduto in me, qualcuno capace di riconoscerne il potenziale e di indirizzarli con fiducia nella direzione giusta.
Ha avuto maestri importanti, a partire da Marcello Del Monaco, e oggi dedica gran parte della sua attività all’insegnamento. Che cosa significa, per lei, essere maestro? E come si può accompagnare un giovane verso la maturità senza condizionare quella personalità artistica che dovrà necessariamente trovare da sé?
Nicola Martinucci: Innanzitutto vorrei dire una cosa: non amo molto essere chiamato “maestro”, per me sono semplicemente Nicola. Penso che insegnare sia un dono molto serio, una vera e propria missione. I giovani artisti, e in generale i cantanti che si affidano a chi ne sa più di loro, devono poter riporre una fiducia totale in chi li guida. Proprio per questo motivo, la scelta del docente rappresenta una delle decisioni più cruciali e determinanti nell’intero arco della propria carriera. Chi guida un ragazzo deve comprendere a fondo le necessità tecniche, consigliare con sapienza dal punto di vista stilistico sul repertorio e orientare nelle scelte della carriera. Deve accompagnarlo passo dopo passo, ma sapendo fare un passo indietro nel momento opportuno, lasciandolo esporsi e permettendogli persino di sbagliare. Sono tutti momenti fondamentali che fanno crescere e che permettono di far emergere e consolidare la propria personalità artistica. Insegnare significa stare vicini e accompagnare sempre nel segno del rispetto reciproco.
Quando ascolta un giovane cantante, che cosa cerca, oltre alla voce? Quanto contano la musicalità, la parola, la presenza scenica, la personalità e quella qualità difficilmente definibile che trasforma un buon cantante in un interprete?
Nicola Martinucci: Ahimè, un artista che si possa definire tale deve possedere tutto questo insieme. Ma sono doti che non si imparano in un secondo: ci vogliono anni e anni di studio per affinare tali qualità e, dopo tutto questo percorso, essere ritenuti all’altezza ed entrare nel mercato non è affatto un procedimento semplice. Ai miei tempi era molto più facile, c’erano molte più prospettive lavorative e molte più chance per un artista, non solo per il debutto ma anche per il consolidamento della propria crescita, avendo a disposizione anni per affinare lo strumento e farsi la classica gavetta. Purtroppo oggi questa opportunità non esiste più, e per questo motivo capisco perfettamente la frustrazione dei ragazzi: si trovano a dover arrivare sul mercato già perfettamente formati, o comunque a fare i conti con un sistema che pretende da loro qualcosa che, a un’età giovanile, è praticamente impossibile possedere in modo completo. Ecco perché per me era così importante che il mio concorso non avesse un limite di età. Le vite di ognuno di noi sono fatte di percorsi diversi: ciascuno ha il proprio tempo, e non tutti arrivano a essere pronti alla stessa età, né vocalmente né psicologicamente. Io volevo fortemente dare la stessa opportunità a tutti, senza subire la discriminazione anagrafica.
I concorsi lirici rappresentano spesso il primo vero confronto di un giovane con il mondo professionale. Quale dovrebbe essere, secondo lei, il loro significato più autentico? E che cosa vorrebbe che i partecipanti al Concorso Martinucci portassero con sé, anche indipendentemente dal risultato?
Nicola Martinucci: Chi gestisce, amministra e dirige questo mondo dell’opera lirica deve fare molto di più e fare di meglio. Troppe volte sento le reazioni di colleghi che partecipano o assistono a concorsi che non ritengono corretti. La professionalità in questo mestiere si vede sempre meno, e assistere a situazioni in cui non trionfa la meritocrazia mi fa profondamente male. Personalmente, troppe volte mi sono trovato a rifiutare di fare parte di giurie in concorsi che non consideravo trasparenti. Ecco perché la cosa a cui tengo di più è che il mio concorso sia un esempio di assoluta correttezza: vorrei che chi arriva in finale si meritasse quel traguardo in modo oggettivo, facendo emergere davvero i cantanti più bravi e preparati.
Il mondo dell’opera è profondamente cambiato rispetto agli anni del suo debutto: sono cambiate le modalità di selezione, la comunicazione, il rapporto con il pubblico e le esigenze rivolte agli interpreti. Come guarda alla lirica di oggi e quali aspetti della tradizione ritiene invece imprescindibili?
Nicola Martinucci: Sì, sono due mondi molto diversi e distanti. Naturalmente non ci sono soltanto cose che sono peggiorate. Rimpiango però sicuramente alcune modalità che ai miei tempi erano più genuine, in cui si guardava davvero al materiale vocale e all’artista come essere umano. Oggi la quantità di cantanti è sicuramente maggiore, e questo rischia di rendere tutto molto più dozzinale e superficiale. La tradizione va assolutamente rispettata perché rappresenta il nostro bagaglio culturale; non deve essere vissuta con la paura del confronto né usata come scusa per non creare prodotti migliori. Le stesse produzioni artistiche, anche quando scelgono regie contemporanee o moderne, non sono a priori meno belle per quanto mi riguarda. Tutto deve avere un senso logico e drammaturgico ed essere rigorosamente rispettoso della musica. Quando l’approccio moderno manca di rispetto alla musica, secondo me ha semplicemente fallito, che si tratti di tradizione o di innovazione.
Il cantante contemporaneo è chiamato sempre più spesso a essere interprete, attore e comunicatore, mentre i giovani hanno a disposizione una quantità enorme di modelli vocali attraverso registrazioni e piattaforme digitali. Quanto è difficile, oggi, costruire una propria identità senza smarrire il legame con la tradizione?
Nicola Martinucci: Non credo che sia un problema di quantità di materiale tale da impedire alla personalità di emergere. Chi ha una vera personalità non può fare a meno di essere se stesso e di inondare gli altri con il proprio modo di essere e di porsi. Avere semplicemente più possibilità di informarsi e di ascoltare tutto ciò che si può scoprire del passato credo che sia un grandissimo dono. Io stesso, ai miei tempi, ho consumato centinaia e centinaia di dischi, ascoltando continuamente quelli che erano i miei idoli. L’ascolto arricchisce sempre, non per forza contamina; anzi, è esattamente il contrario.
Lei è stato protagonista di produzioni memorabili in teatri come la Scala, l’Arena di Verona, il Metropolitan e la Royal Opera House. C’è un momento della sua carriera che ancora oggi considera una lezione, non soltanto artistica ma anche umana?
Nicola Martinucci: Tutte le volte che mi sono trovato a imparare delle lezioni importanti, le ho sempre risolte tornando a mettere la testa sullo spartito, rifocalizzandomi sulla mia voce e riapprocciandomi tecnicamente a qualcosa di cui avevo evidentemente perso il filo. Grazie a Dio non è successo tante volte, ma ricordo bene la sensazione di dover riprendere in mano se stessi dopo aver sottovalutato alcune situazioni che, rivelatesi complesse, mi hanno obbligato a rimettermi sui giusti binari. Una delle lezioni più forti l’ho vissuta in occasione del mio debutto in Adriana Lecouvreur alla Scala di Milano. Avevo totalmente sottovalutato quel debutto, soprattutto per un errato calcolo del tempo di cui avevo bisogno per studiare il ruolo: pensavo di avere davanti dei mesi, mentre in realtà avevo a disposizione soltanto dieci giorni. Ormai, avendo calcolato male i tempi, avevo già accettato l’impegno e allora, con l’aiuto del teatro che mi mise a disposizione un pianista ogni singolo giorno per studiare l’opera, alla fine la debuttai con grande successo. Ma in quell’occasione mi resi conto di una cosa fondamentale: che nonostante tutti gli anni di carriera e tutta l’esperienza accumulata, quando si affronta un nuovo ruolo bisogna sempre avere il tempo, l’umiltà e la pazienza di rimettersi in gioco esattamente come ai primi tempi.
Dopo una vita dedicata al canto, che cosa continua a emozionarla nell’ascolto di una voce giovane? E quale qualità, più di ogni altra, vorrebbe ritrovare nei cantanti che si affacciano oggi alla professione?
Nicola Martinucci: Se nella voce che ascolto ritrovo quel brivido, quell’emozione autentica, e riesco a immedesimarmi in quello che provavo io agli inizi, allora significa che mi ha coinvolto e mi ha conquistato profondamente.
Infine, maestro, il concorso porta il suo nome e nasce anche con l’ambizione di lasciare un segno nel futuro della lirica. Se potesse rivolgere una sola raccomandazione ai giovani che saliranno sul palco di Roma, quale sarebbe?
Nicola Martinucci: Qualcuno diceva voce, voce, voce. Io dico studio, studio, studio.
Di Elide Bergamaschi