Ottima fusione fra regia e musica con cast di rilievo
Uno spettacolo di quelli veri dove tutti gli elementi si fondono per celebrare l’arte con la a maiuscola. Cast principale e alternativo entrambi protagonisti di due serate “incoronate” dal successo. Per il “Macbeth” di Verdi in scena all’Opera Carlo Felice venerdì 15 maggio in prima rappresentazione (recita trasmessa in diretta sulle frequenze di Rai Radio3), e il pomeriggio seguente con l’esordio di altri cantanti protagonisti, solo applausi, tanti e meritati.
Allestimento in coproduzione tra Teatro Verdi di Pisa, Teatro Alighieri di Ravenna, Teatro Galli di Rimini, Teatro Pavarotti-Freni di Modena, Teatro Goldoni di Livorno, Teatro Valli di Reggio Emilia, Teatro Comunale di Ferrara, Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova.
Buonissima la regia di Fabio Ceresa, luci di Cristian Zucaro, scene di Tiziano Santi, costumi di Giuseppe Palella. Coreografo e assistente alla regia Mattia Agatiello. Direttore dell’Orchestra e del Coro della Fondazione ligure il Maestro Sesto Quatrini.
Il palcoscenico è dominato da una grossa cornice posta al centro su un vertice alto, alla quale ci si avvicina salendo diversi gradini. Ad inizio opera compaiono tre donne apparentemente uguali essendo tutte vestite di nero, con lunghissimi capelli ricci neri ed una corona scura in testa. Sono le Parche, che decidono la vita e il destino degli uomini. Non a caso esse sono sempre intente a lavorare, arrotolando e srotolando un lungo filo rosso legato ad un bastone. Danzano abili e con maestria producendosi in movimenti a tratti ipnotici e dai richiami sensuali. Insieme ad esse compare un giovane che non riesce a muoversi, incatenato com’è dal nastro rosso. Le Parche lo liberano, egli si veste di un manto regale e viene dotato di un pugnale. Si tratta della nascita dell’anima di Macbeth che fin dalla notte dei tempi è scelto per vivere la storia a cui è destinato. Il nastro rosso sangue è una costante della visione registica di Ceresa, ed è presente tra le mani di vittime e uccisori, inseguendo chi si è macchiato di atroci delitti. Davvero suggestivo il momento in cui, alla dichiarazione della morte del Re Duncano, il sovrano va a posizionarsi sulle scale al centro del palco. Immobile, sguardo assente, le mani a stringere i nastri che simboleggiano il sangue che scorre, viene spogliato dalle Parche e sottratto della corona. Rimane con addosso un completo bianco che si intona alla barba dello stesso colore. Prende vita, sale le ultime scale, si volta in direzione del pubblico e si lascia cadere all’indietro in un orizzonte di luce, sparendo alla vista di tutti.
Il secondo atto è articolato su più ambientazioni: dalla stanza del castello dove Macbeth e Lady duettano si passa alla spoglia e buia foresta (gran colpo d’occhio quando tutti i sicari, uno dopo l’altro, si recano alle spalle di Banco simulando l’accoltellamento). La conclusione è nel salone dove troneggia un lungo tavolo adatto ad un lauto banchetto. Macbeth e signora festeggiano con i servitori, le luci di un caldo tramonto risaltano la bellezza delle vesti color oro dei due. All’annuncio della morte di Banco, ecco comparire il riflesso del fantasma del defunto, che poi presenzia in carne ed ossa (nastro rosso tra le mani), turbando la mente di Macbeth, l’unico che può vederlo. Il pezzo finale mostra un contrasto esclusivo con il coro tutto sistemato alla destra degli spettatori mentre i due perfidi sono soli, a sinistra.
L’atto terzo è caratterizzato soprattutto dai ballabili con protagonisti due giovani innamorati che consumano un rapporto che porterà la donna a rimanere incinta. Ceresa mette in luce un simbolico concepimento che determina la nascita di una nuova vita. Esso è causato da una pozione che le streghe fanno bere ai due giovani, spingendoli poi l’uno tra le braccia dell’altro. La ragazza è poi piegata dalle doglie e alla sua disperazione si accompagna il movimento tormentato di un ossessionato Macbeth circondato dalle streghe. Due situazioni distinte messe insieme che mostrano un elemento in comune: la sofferenza.
Il quarto atto si contraddistingue per la scena del sonnambulismo della delirante Lady Macbeth, che vorrebbe pulire le sue mani che ritiene sporche di sangue, mentre la fedele dama ed il medico la osservano commiserandola. Nel duello finale Macbeth, disarmato, si precipita letteralmente sulla spada di Macduff lasciandosi trafiggere. Sembra un suicidio motivato dal fatto che, avendo appreso di combattere con un uomo che “strappato fu dal sen materno” e non nacque naturalmente da donna, l’usurpatore comprenda di non avere più scampo e scelga di farla finita. E come avvenuto con Duncano, anche il defunto Macbeth si immobilizza nel mezzo del palcoscenico, viene spogliato dalle Parche e, mentre si gioisce per l’incoronazione di Re Malcom, egli va verso il nulla. Spalle rivolte al pubblico, sale i pochi gradini che lo avvicinano alla cornice invasa dalla luce bianca accecante e si ferma. La sua travagliata esistenza è cessata.
I cast della prima.
Il Macbeth del baritono George Gagnidze riesce ad esprimere i disparati sentimenti racchiusi nell’animo del suo personaggio con un canto declamato espresso da una voce agile e voluminosa. Molto bravo nel presentare la parabola discendente di un uomo che, alla fin fine, è succube delle ambizioni di potere della moglie.
Jennifer Rowley, soprano, è una eccezionale Lady Macbeth. Calata appieno nel personaggio, ella impressiona con la sua voce intrisa di tecnicismi, ben squillante, che risalta sull’intera orchestra. Rowley canta “con cattiveria” puntando più sull’interpretazione dei brani che sulla bellezza estetica della performance. L’esperimento riesce: l’artista inscena la personificazione della malvagità, sa come farsi temere, conduce Macbeth lungo la strada della perdizione. Nella scena del sonnambulismo, invece, lo smarrimento prende il posto dell’arroganza e la Lady del soprano statunitense riesce quasi a commuovere.
Sicuramente positive le prove del basso Gianluca Buratto (Banco), e dei tenori Giulio Pelligra (Macduff) e Leonardo Cortellazzi (Malcom). Il cast si completa con Barbara Massaro (Dama di Lady Macbeth), Luciano Leoni (Medico/Sicario), Franco Rios Castro (Domestico di Macbeth), Matteo Armanino (Araldo), Tiziano Tassi (Prima Apparizione), le brave Lucilla Romano ed Eliana Uscidda (Seconda e Terza Apparizione), Soliste del Coro di voci bianche della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova. Danzatori della Fattoria Vittadini: Chiara Andreani, Natalia Bandera, Chiara Benedettelli, Emanuele Frutti.
Cast alternativo.
Stefano Meo è un Macbeth forse meno scenico di Gagnidze, ma ugualmente efficace nel rappresentare un ruolo complesso e articolato. La sua voce risuona cristallina e pungente e raggiunge lo scopo di ben suggerire un personaggio ambiguo e manipolabile.
Deliziosa la Lady Macbeth di Caterina Meldolesi. Con un canto sublime e tecnicamente impeccabile, il soprano evidenzia le sue importanti doti. Se emoziona l’interpretazione della complessa cavatina del primo atto, dove non mancano spunti di virtuosismo puro, non va certo sminuita la scena del sonnambulismo dove ad una vocalità carica di espressività Meldolesi affianca una recitazione eccellente.
Ad interpretare Banco è Abramo Rosalen, Macduff è Vasyl Solodkyy, la Dama di Lady Macbeth è invece Kamelia Kader, gli altri personaggi sono interpretati dai medesimi artisti della serata precedente.
Come sempre ottima la prova del Coro: il concertato finale del primo atto è da brividi, come anche va segnalato il brano di apertura del quarto atto: “Patria oppressa! Il dolce nome”. Ultima considerazione: la versione di “Macbeth” messa in scena è quella parigina, datata 1865, con l’inclusione dei ballabili al terzo atto.