Recensioni - Opera

Successo per l’Italiana in Algeri al Taranto Opera Festival

L'Opera in scena al Teatro Fusco

Dopo il successo di Madama Butterfly, il Taranto Opera Festival annovera un altro trionfo nella stagione lirica invernale. Si tratta de L’Italiana in Algeri di Rossini, rappresentata il 27 gennaio 2026, in prima serata, al Teatro Fusco della città bimare, con chiaro consenso di pubblico. L’esito positivo di questa rappresentazione è tanto maggiore se si considerano gli sforzi realizzati, da sei anni a questa parte, dallo staff di produzione e dalla direzione artistica di Paolo Cuccaro, per restituire ai tarantini e al capoluogo della Magna Grecia un cartellone lirico di gran livello, chiuso purtroppo alcuni decenni fa per cessata programmazione. La scelta dell’opera rossiniana si è rivelata vincente per la qualificazione del Festival, che ha programmato la stagione operistica invernale secondo un criterio di alternanza tra opera seria e buffa.

L’Italiana in Algeri è opera che consacra Rossini al genere buffo, ancor prima che le maggiori piazze teatrali d’Italia nei primi decenni dell’Ottocento ospitassero gli allestimenti di un Turco in Italia o di un Barbiere di Siviglia, una Gazzetta o una Cenerentola, opere buffe per le quali il “cigno di Pesaro” conquistò fama in tutto il mondo al pari di un Napoleone. Il genio di Rossini si consacra ancor di più se si pensi che nell’Italiana in Algeri esplode una comicità semplice, sul canovaccio di un libretto assurdo e miserabile, scritto da Angelo Anelli, rimaneggiato nel 1813 per il Teatro San Benedetto di Venezia da un autore anonimo, probabilmente da Gaetano Rossi, già collaboratore di Rossini e poeta attivo nei teatri veneziani di allora.

Nell’opera si fanno strada aspetti nuovi e particolari, come il subentro di figure cariche di connotazioni specifiche alle convenzionali tipologie di personaggi, tratteggiati nelle antecedenti farse veneziane e nella Pietra del Paragone.

Siamo in un maturo teatro comico rossiniano, in una Commedia umana, specchio di una società basata sui rapporti uomo-donna. L’Italiana in Algeri è opera moderna, dei tempi odierni, in cui la caduta dell’Eros e del sesso senz’anima sembrano prevalere sui valori morali e umani. Ne è prova il bey Mustafà, uomo dall’idea “fissa”, privo di una coscienza amorosa, simbolo del maschio ottuso e insensibile, irrispettoso verso la moglie che getta a mare per l’avido desiderio di possesso per un’altra donna. Condotta non disdegnata da un serraglio di Eunuchi compiacenti. Elvira, moglie del bey, è il simbolo del frequente dramma vissuto dalle donne, abbandonate da un giorno all’altro dai mariti o dai compagni per altre loro voluttà. Isabella è personaggio nuovo e sorprendente che ha poco in comune con le scaltre civette presenti nella precedente tipologia dell’opera buffa; è donna sensuale, appassionata, che sa preservare la sua dignità femminile, sorretta da una cinica intraprendenza che la porta a servirsi di un accompagnatore nel viaggio di ricerca del suo amante. E’ donna forte e coraggiosa, che agisce con astuzia per salvare la dignità del suo cuore, che adotta maniere forti con Mustafà e impartisce lezioni di femminismo ante litteram ad Elvira. Lindoro è uomo vero, innamorato, che non rinuncia alla passione per Isabella e si batte contro l’indegnità umana. Tra i personaggi anche Taddeo, un inedito babbeo, inesistente nell’opera comica settecentesca.

La vicenda si ispira al rapimento di una nobildonna milanese, Antonietta Suini Frapolli, avvenuto nel 1805 da parte dei corsari algerini, e alla sua reclusione nell’harem del bey Mustafà-ibn-Ibrahim. Nell’ opera rossiniana, il prigioniero è Lindoro, amante di Isabella, la quale si spinge alla sua ricerca sulle coste algerine con una nave e con Taddeo, suo corteggiatore e chaperon. La bella italiana riuscirà a riunirsi a Lindoro e a far ritorno in patria, non prima di essersi opposta alle voluttuose avances del bey Mustafà e di averlo messo nel sacco con la burla del Pappataci.

Una grande cornice arabescata posta su una bassa gradinata e due quinte laterali in stile arabesco fanno da sfondo ad una scena molto essenziale ma funzionale all’ambientazione, movimentata da due panche e dalla prua di una nave, realizzata da Damiano Pastoressa.

Ampio lo spazio per l’azione scenica dell’ottimo cast, ben calato nello spirito dell’opera e dei personaggi, accuratamente coordinato nelle azioni dalla regista Giulia Diomede.

Sobri e d’effetto i costumi, realizzati da Meghy Costumes D’epoque in un mix di colori, stili e lunghezze, tra il marinaro e l’arabo, compreso l’Hijab per le attrezziste sul palco, come per un messaggio di convivenza inclusiva tra culture ed etnie diverse.

Calda, penetrante e flessuosa è la vocalità del bravo contralto Marta Pluda che sa delineare sia vocalmente, sia con eleganza di movimenti una Isabella ben determinata e sensuale. Meritati gli applausi a scena aperta per l’interpretazione della cavatina “Per lui che adoro” e del rondò “Pensa alla patria”. Conquista il consenso della platea il tenore Manuel Amati nella cavatina “Languir per una bella”, nei panni di Lindoro, estremamente dinamico nel secondo atto, ove compensa con comica gestualità un certo affaticamento vocale, già manifesto nella cavatina “Concedi amor pietoso”, per una dichiarata flogosi orale.

Un po’ ingessato nell’azione del primo atto appare il bey Mustafà di Pedro Carrillo, che sin dai primi interventi vocali e dal duetto con Lindoro “Se inclinassi a prender moglie” esibisce una voce ben tornita nel registro di baritono-basso. Poco calato nel personaggio appare il venezuelano baritono nell’interpretazione dell’aria “Già d’insolito ardore nel petto”, che dovrebbe trasportare Mustafà nel brillìo di un’agitata e avvampata passione amorosa. Non è aiutato in ciò dalla mimica facciale, nascosta da un paio di occhiali scuri indossati à la manière de Mu’ ammar Gheddafi. Recupera disinvoltura e vis comica nel secondo atto unitamente a spigliatezza vocale e interpretativa.

Brava è Martina Tragni, nelle vesti di Elvira, dal registro vocale uniforme, agile e leggero, che svetta bene negli acuti degli insidiosi virtuosismi rossiniani.

Molto bravo nell’azione scenica come nel canto è Carlo Sgura, un Taddeo spigliato, dalla mimica eloquente e ben centrata sul personaggio, che riscuote gran consenso e applausi a scena aperta nell’interpretazione dell’aria “Ho un gran peso sulla testa”. Franco e sicuro di sé è l’Haly di Gianpiero Delle Grazie, un buon baritono dalla vocalità chiara e risonante, ben esibita per tutta l’opera, come nell’aria “Con tutta la sua boria”. Non passa inosservata la performance di Rossella Bianco, come Zulma.

Si disimpegna bene l’Orchestra del Taranto Opera festival con la guida del bravo direttore bolognese, Lorenzo Bizzarri, la cui bacchetta è decisamente attenta ad ogni aspetto della non semplice partitura rossiniana, ricca di dinamiche, effetti ritmici, sonori e giochi onomatopeici, atti a esprimere il brio e la vis comica dell’opera. E lo stile rossiniano, con i suoi “gesti sonori”, i consueti “crescendo” e la magica commistione tra parole e note, viene tutto espresso grazie alla sua magica e composta direzione.

A tratti impreciso e insicuro appare il Coro di Eunuchi, Tarenti Cantores, preparato da Tiziana Spagnoletta, di cui si apprezza tuttavia la tenuta scenica.

Alla fine dello spettacolo, vivo successo per tutti con calorosi applausi e punte di entusiasmo per Marta Pluda, Carlo Sgura e il direttore Lorenzo Bizzarri,

 

Giovanna Facilla