Concince il nuovo allestimento del capolavoro mozartiano al Teatro Regio
E' ben noto come l’ormai iconico personaggio di Don Giovanni, sorto dalla sagace penna di Molière quale scanzonato simbolo di un male abbastanza bonariamente inteso, abbia assunto, passando di penna in penna, connotazioni sempre diverse, complesse e tendenzialmente orientate verso interpretazioni sempre più luciferine e drammatiche.
La versione presentata invece da Chiara Muti a Torino al Teatro Regio per questa nuovo allestimento, in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo, sembra partire dalle origini ‘comiche’ del personaggio, declinandolo in una lettura molto diversificata, teatrale e per molti aspetti di tutto interesse.
Il mondo in cui si aggira Don Giovanni è qui un teatro dismesso, suggerito da quinte evanescenti che ben ne veicolano la precarietà, al quale fa da base un cimitero (scene Alessandro Camera) dalle cui lapidi escono, quali marionette senza fili, i diversi personaggi, che mano mano si vestono (costumi Tommaso Lagattolla) con gli abiti che il gran capocomico assegna loro dall’alto. In questo spazio onirico che continuamente oscilla tra incubo e malia si muove il protagonista, assumendo fattezze senza tempo (Molière, ma anche Luigi XIV o un romantico spadaccino alla Douglas Fairbanks), l’unico essere impossibile da dominare e che con l’ente supremo sembra avere un rapporto di reciproco scambio che sembra risolversi, ma solo in apparenza, al termine perché il gioco eterno continuerà a riproporsi così come ogni sera quando a teatro si alza il sipario. La drammaturgia della Muti scorre dunque veloce ed introduce con sapiente maestria nel dedalo di riferimenti cui il magnifico ed universale testo di Da Ponte rimanda, donando al pubblico una lettura del capolavoro molto lineare, tanto drammatica quanto totalmente impostata sul senso del teatro e la sua fascinazione (e l’uso della marionetta e la sua speculare identità già molto rimanda in questo senso) che convince e seduce sotto ogni profilo.
Luca Micheletti, nonostante un’indisposizione annunciata che lo aveva costretto ad annullare la sua partecipazione alla recita precedente ma di cui non si è avvertita alcuna traccia, veste alla perfezione i panni del protagonista che sembrano calzargli veramente a pennello, vocalmente e scenicamente. La classe interpretativa e l’attenta professionalità del giovane ed eclettico artista (ricordiamo che ha un passato come attore ed è anche regista e scrittore) risultano inoltre particolarmente a fuoco in questa particolare chiave di lettura . La sua vocalità, assai interessante per facilità nell’emissione, colore ed intensità timbrica si dipana morbida, seduttiva ed avvolgente così come la sua presenza in scena, sempre puntuale ed efficace: un Don Giovanni perfetto se si esclude una leggera patina di accademismo che, pur magistralmente dipanata, a tratti rischia di tradire un po’ la verità scenica del personaggio.
Il Leporello di Alessandro Luongo sembra vivere di teatro per il teatro. Mediante un fraseggio diversificato e strumentale alla scena ed al canto, la sua interpretazione si mostra sensibile ed attenta in ogni suo aspetto ponendosi spesso quale virtuoso filo d’Arianna in questa articolata lettura, e, così come Il personaggio di Don Giovanni, il suo carattere sembra uscire dalle logore, ma sempre vitali, pagine di un canovaccio di comici dell’arte. Jacquelyn Wagner, nel ruolo di Donna Anna, ha mostrato una giusta professionalità attraverso timbrica corretta e misurata sensibilità. Mariangela Sicilia ha disegnato una Donna Elvira molto impetuosa e dirompente tramite la sua vocalità sempre molto attenta alla parola ed al suo significato più profondo.
Molto bene quale Zerlina anche Francesca di Sauro che con una vocalità sensibile e morbida ha ben tratteggiato il suo personaggio così come ugualmente puntuali e corrette si sono poste le interpretazioni di Giovanni Sala e di Leon Košavić rispettivamente Don Ottavio e Masetto. Maestoso e imponente per giusto accento e teatralità espressiva Riccardo Zanellato quale Commendatore. Bene il Coro del teatro diretto da Andrea Secchi.
Riccardo Muti, com’è noto, parte sempre da uno studio profondo della partitura per trasmetterla al meglio ma soprattutto per riuscire a creare un canovaccio espressivo che possa realizzarsi in uno spettacolo uniforme e coerente. In questo caso il cesello si è svolto con estrema misura e compostezza, enucleando il lavoro con le varie sezioni orchestrali in una lettura in cui è proprio la levità del genio ad avere la meglio e, anche quando le sonorità lo impongono, la loro misura ed equilibrio si impone creando un quadro dalle tinte armoniose e ben miscelate. Un grande affresco realizzato attraverso una sinopia accurata e ricca di quei dettagli che ne determinano la preziosità.
Teatro gremito ed applausi entusiastici per tutti gli interpreti ed il direttore.