Recensioni - Opera

Trieste: Il Trovatore con primo e secondo cast

La stagione d'opera del teatro Verdi di Trieste torna ad ospitare Il Trovatore del cigno di Busseto

L'allestimento creato nel 2023 in coproduzione con l'Opéra de Saint-Étienne/Città di Marsiglia, ha la regia di Louis Désiré. Uno spettacolo minimale, funzionale, senza cambi di scene. Il Trovatore si sa è opera notturna, infatti le tinte nere e grige caratterizzano i pannelli rotanti che troviamo sul palco. Tra gli elementi di interesse c'è il prologo dove vengono mimati gli eventi anteriori, il lungo drappo rosso di Azucena, che simboleggia il fuoco e il sangue, elementi chiave della vicenda. Le masse vengono usate a volte con buoni risultati, altre volte in maniera più discutibile. I costumi di Diego Méndez Casariego (che ha curato anche le scene) non sono particolarmente ricercati, ma si adattano al clima generale. Ottime invece le luci di Patrick Méeüs scandite con tagli netti.

Il maestro Jordi Bernàcer alla guida dell'Orchestra del teatro opta per una direzione con tempi dilatati, dove emerge più l'anima estetica, che quella sanguigna della partitura. Il risultato è comunque pregevole, elegante, con un tappeto morbido e avvolgente, sempre teso ad accompagnare e a sostenere le voci con la massima scrupolosità. Ottimo, potente, compatto il coro diretto da Paolo Longo che ha saputo dosare i giusti colori nei vari momenti a disposizione.

Nella recita del 6 marzo abbiamo ascoltato il primo cast.

Protagonista indiscusso il tenore Yusif Eyvazov che ha plasmato un Manrico solido e incisivo. La voce è piena, limpida, squillante, proiettata, sostenuta da un timbro particolare e da un uso dei fiati veramente pregevole. Molto riuscita l'aria "Ah si ben mio" cantata con rifinite sfumature, elettrizzante la cabaletta "Di quella pira" eseguita in tono, con il daccapo e con un finale tenuto veramente a lungo. In scena poi si muove con sicurezza e vibrante passione.

Anna Pirozzi ha interpretato una Leonora vocalmente ineccepibile, con una tecnica salda nell'affrontare le pagine più impegnative. Molto delicata e sognante in "Tacea la notte placida", fluida nella successiva "Di tal amor che dirsi". La cabaletta "Tu vedrai che amore in terra" e la stretta del duetto "Vivrà!... contende il giubilo" sono corpose e con acuti sempre ben centrati.

Daniela Barcellona negli ultimi anni si è avvicinata sempre di più al repertorio verdiano. Dopo Amneris, arriva il debutto in Azucena, una grande Azucena. Il timbro brunito nel registro grave, svettante in alto si unisce ad una giusta attenzione per la parola scenica. La grande esperienza le permette di tratteggiare il personaggio con la giusta teatralità, senza cadere mai in eccessi veristi, come nello struggente racconto "Condotta ell'era in ceppi".

Younjun Park è stato un ottimo conte di Luna con voce duttile e pastosa, sorretta da un canto nobile e possente, sia nei momenti d'insieme, che nell'aria "Il balen del suo sorriso" scandita con una perfetta dizione e colorata della giusta passione. Carlo Lepore è un Ferrando di lusso, dalla voce tonante, poderosa, ben timbrata e brunita.

Grandissimo successo e ovazioni per Eyvazov, Pirozzi e Barcellona.

La recita del 7 marzo vedeva in scena il secondo cast.

Samuele Simoncini ci offre un Manrico eroico, trepidante, dal timbro schiettamente tenorile, che viene emesso con maggiore pulizia e senza forzature. Appassionato nei duetti, conquista il pubblico con "Di quella pira" (eseguita in si e senza daccapo).

Alessia Nadin è una splendida Leonora con voce dal timbro caldo e avvolgente, uniforme nei registri, sicura negli acuti, corposa nel registro medio-basso. Particolarmente riuscita l'aria "D'amor sull’ali rosee” cesellata con delicati pianissimi e pregevoli filati. Quanto mai toccante il finale dove porge con eleganza le frasi musicali insieme ad una garbata presenza scenica.

Chiara Mogini si sta imponendo sempre di più come uno dei mezzosoprani più interessanti. La sua Azucena ben rodata può contare sulla voce solida che scorre vibrante in tutta la tessitura, senza perdere mai di vista l'interpretazione vigorosa, credibile, penetrante, che sa alternare momenti malinconici ad altri più concitati.

Daniele Terenzi tratteggia un conte di Luna con voce morbida, cogliendo interessanti sfumature. Curato il fraseggio sia nel disperato canto d'amore "Il balen del suo sorriso" che nella cabaletta "Per me ora fatale". Yongheng Ding è un Ferrando che affronta l'insidioso racconto iniziale con staccati precisi e una buona proiezione della voce.

Applausi calorosi, in particolare per Nadin e Mogini.

Completavano il cast in entrambe le serate, l'incisiva Ines di Erika Zulikha Benato, lo squillante Ruiz di Andrea Binetti, Alessandro Di Domenico (Un messo) e Daniele Cusari (Un vecchio zingaro).

Marco Sonaglia (Teatro Verdi-Trieste 6/7 marzo 2026)