Nel complesso riuscita la messa in scena del capolavoro di Richard Wagner
Per una fortunata coincidenza, la prima di “Tristan und Isolde” di Richard Wagner all’Opera Carlo Felice di Genova va in scena il 13 febbraio, giorno in cui si ricorda la scomparsa del compositore tedesco, avvenuta esattamente lo stesso giorno di 143 anni fa.
Prima dell’inizio dello spettacolo, si annuncia l’assenza per indisposizione del soprano Marjorie Owens (Isolde), rimpiazzata dalla collega di cast Soonjin Moon-Sebastian.
Teatro gremito, nonostante siano le ore 18:30 e non le 20, come da consuetudine. Del resto, la lunga durata delle opere del maestro di Leipzig rende necessario l’avvio anticipato dell’alzata del sipario.
Si è pronti ad immergersi in un’esperienza sonora dove la musica fluisce, scorrevole e senza interruzioni dall’inizio alla fine dei singoli atti. E poi ci sono i leitmotiv, quei temi musicali associati a situazioni, sentimenti e personaggi, che ricorrono quasi in continuazione, permettendo agli spettatori di comprendere e riconoscere un legame che si crea tra un determinato gruppo di note, che forma la frase, ed una vicenda o una persona.
Nel Prelude iniziale emerge immediato il genio di Wagner che, presentando questi temi, espone una perfetta sintesi della storia che si appresta ad essere raccontata attraverso la musica. Esso inizia con una sesta minore che disegna il tema della sofferenza, a cui fa seguito lo stridente e famoso “accordo di Tristano” (fa, si, re diesis, sol diesis). La sofferenza di Tristan per Isolde nasce dal desiderio, simboleggiato dall’esecuzione di semitoni. Il desiderio può però accendersi solo dopo che i rispettivi occhi degli amanti si sono incontrati (tema dello sguardo, con quel punto di valore collocato sulla croma centrale dei gruppi di terzine che fa pensare ad un respiro irregolare causato dalla difficoltà di gestire un sentimento così profondo qual è l’amore), fulminati da una pozione (tema dell’innamoramento creato attraverso una progressione armonica ascendente), che ha avvicinato i loro cuori.
Scene e costumi (davvero ben ideati), curati da Gary McCann, la regia è di Laurence Dale, il video design di Leandro Summo, luci di John Bishop.
Nel primo atto, sulla pedana mobile al centro del palcoscenico, figura il timone della nave che Tristan conduce; al centro vi è un grosso baule dorato, che si scopre conterrà le pozioni magiche mentre, sparsi a destra e sinistra, ci sono bauletti e cassapanche.
Uno schermo sullo sfondo proietta il movimento delle onde del mare. Uno specchio collocato in alto, dalle dimensioni quasi pari a quelle della pedana, rappresenta il cielo, dove le nuvole agitate dal vento si muovono veloci. Bello il momento in cui Isolde è a colloquio con la sua fidata serva Brangäne e, nella parte sinistra del palcoscenico si ripropone lo scontro armato tra Tristan e il fidanzato di Isolde, Morold. Il combattimento avviene “al rallenty” e si protrae fino all’uccisione di Morold, colpito dalla spada di Tristan.
Ancora nel primo atto, quando Tristan e Isolde discutono (nessuno rimane al comando del timone!), il mare si fa burrascoso, il cielo è scuro: gli elementi naturali si rendono solidali col dramma che i due protagonisti stanno vivendo.
Nel secondo atto ci si trova nel giardino sito dinanzi all’appartamento di Isolde, contornato da diversi alberi spogli. Lo schermo riflette lo scorrere delle ore e così dalle tiepide luci dell’alba si passa alla nebbia e alla foschia prima che giunga la sera con le stelle a illuminare il cielo di notte. Il caratteristico suono dei corni, in apertura di atto, richiama l’immagine di una scena di caccia in ambiente campestre. Nel terzo e ultimo atto scenografia deludente: sulla pedana del palcoscenico figura nient’ altro che un semplice materasso sul quale giace il morente Tristan. Evidentemente lo scopo di Dale è quello di mostrare il punto di vista dell’individuo che, piegato dal dolore fisico e dalla inconsolabile nostalgia di Isolde, è come se non percepisse che un soffocante nulla a circondarlo ovunque. La vivacità è allora fornita dalle immagini proiettate a bella mostra: le onde del mare (siamo nella stanza da letto del castello di Tristan che, presumibilmente, si affaccia su quel panorama), i ghiacciai (che appaiono quando Tristan ricorda la morte della madre all’affettuoso scudiero Kurwenal e rappresentano una metafora del gelo che avvolge il cuore del guerriero), una poco definita foresta (quando giunge Isolde), ed infine l’orizzonte dove il mare si congiunge al cielo in un’immagine di pace (la morte avvolge finalmente di quiete lo spirito di Tristan).
Emozionante il finale con Tristan che è morto, ma la sua anima è libera di camminare dolcemente e avvicinarsi, per abbracciarla, ad una Isolde distrutta dal dolore.
Molto bene Soonjin Moon-Sebastian. Avvisata di dover rimpiazzare l’indisposta Owens, fa una bellissima figura. In scena praticamente sempre, escludendo la prima parte del terzo atto, occupa il palcoscenico con determinazione. Porta in dote una vocalità audace che le consente di affrontare con padronanza tutti i passi che le tocca cantare. Superba nel duetto iniziale con il bravo mezzosoprano Daniela Barcellona (Brangäne), dominante nei duetti con Tilmann Unger (Tristan), riesce a comunicare affetti e sentimenti “giocando” abilmente con la sua voce. Nel primo atto per lunghissimo tempo non si sposta dal centro del palcoscenico, nei pressi del grande baule dorato, dimostrando di essere la vera protagonista della vicenda. Gli applausi finali la sorprendono, ella si commuove, riesce con fatica a trattenere le lacrime e corre ad abbracciare Daniela Barcellona che si comporta proprio come il suo caro personaggio Brangäne, serva pronta ad ascoltare e supportare Isolde.
Sicuramente da riascoltare Tilmann Unger. La voce del tenore tedesco risulta non squillante e potente, ma ovattata, come se provenisse da un punto molto più lontano e arretrato rispetto al palcoscenico. Nei duetti con Moon-Sebastian sembra spesso che i due non stiano cantando insieme, ma che Unger sia fuori scena. Anche nelle parti in cui è solo, supportato dall’orchestra, è quest’ultima a nasconderlo, rendendo ardua al pubblico la comprensione dei testi in tedesco, già poco chiaro di suo a molti spettatori italiani. In compenso, la recitazione di Unger è eccellente. La scena del delirio, al terzo atto, è sublime. Gli occhi dell’interprete sembrano infuocati, i movimenti del suo inquieto personaggio rappresentano l’emblema del suo stato d’animo: la morte si sta avvicinando, ma la nave che porterà Isolde dov’è?
Il basso Evgeny Stavinsky è un poderoso König Marke. Il sovrano, che entra in scena nelle parti conclusive dei tre atti, è un individuo empatico, misericordioso e incline al perdono. Più che re, sembra un buon padre di famiglia.
Lo scudiero di Tristan, Kurwenal, è impersonato dal baritono Nicolò Ceriani, mentre il tenore Saverio Fiore è il perfido Melot, che segnala a Marke il tradimento di Tristan, nascondendogli però di essere anch’egli segretamente innamorato della donna. A completare il cast Andrea Schifaudo (Ein Seemann/Ein Hirt) e Matteo Peirone (Ein Steuermann). Direttore del coro Claudio Marino Moretti.
Una nota di merito va riservata al Maestro Donato Renzetti, che ha diretto un’opera lunga dalle trame musicali sovente insidiose, e all’ottima orchestra della Fondazione Teatro Carlo Felice, impegnata in un’esecuzione che mette alla prova la capacità degli strumentisti di mantenere la concentrazione.
Il Gesamtkunstwerk wagneriano termina qualche minuto prima delle 23:15, sommersa dagli applausi del pubblico assiepato in platea e in galleria.