Grande successo nello scintillante allestimento di Franco Zeffirelli
La stagione lirica all'Arena di Verona giunge al termine. Il penultimo titolo in cartellone è "Turandot”, il capolavoro incompiuto di Giacomo Puccini, proposto con il consueto finale scritto da Alfano, con la ripresa dell'allestimento del 2010 firmato Franco Zeffirelli e assente da alcuni anni.
Come nella migliore tradizione del maestro fiorentino le scene sono ricche di particolari e sfruttano ogni spazio dell’anfiteatro. Nel primo atto si apprezzano le tinte grige e lillà con gli elementi tipici dell'arte orientale e i lunghi draghi dai colori accesi, le tante comparse della folla di Pechino. Ma è nel secondo atto che avviene la magia, con i pannelli che si aprono per lasciare spazio all'oro lucente della reggia in tutta la sua grandezza lasciando affascinato lo spettatore.
Bellissimi, ricercati e suggestivi i costumi di Emi Wada, come curate sono le luci di Paolo Mazzon ed efficaci i movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli.
Il maestro Francesco Ivan Ciampa dirige con grande sicurezza l'Orchestra della Fondazione Arena, scavando a fondo nelle agogiche della partitura pucciniana, con un grande senso del dramma nel corpo e nel volume. Una concertazione tesa e vibrante, che ha saputo valorizzare sia le dissonanze espressioniste con le esplosioni degli ottoni e delle percussioni, che la cantabilità della partitura attraverso la morbidezza degli archi.
Sublime il coro della Fondazione Arena diretto con la consueta cura da Roberto Gabbiani che mostra compattezza e varie sfumature che lo rendono austero, dissonante, profondo, ma anche delicato in “Là sui monti dell’Est”, dove emerge il pregevole coro di voci bianche.
Anna Pirozzi si conferma una Turandot di riferimento. Il soprano ha interpretato questo personaggio nei più grandi teatri riscuotendo ampi successi. La voce scorre piena e omogenea nei registri per tutta l'Arena con una lucentezza metallica, ricca di armonici, svettante negli acuti, declamata, ben scandita sulla parola. L'interpretazione scenica fatta di sguardi e gesti incisivi sottolinea ancora di più la sua glacialità.
Calaf era Yusif Eyvazov, un'altra garanzia di qualità. Il tenore non si risparmia e la sua voce da lirico-spinto oltrepassa senza problemi il suono orchestrale. Se il timbro non è di grande bellezza, si può ammirare la sua tecnica solida, l'uso delle dinamiche, il controllo del mezzo, la limpidezza negli acuti e la facilità con cui affronta l'impegnativa scena degli enigmi. Il "Nessun dorma" riceve un'autentica ovazione grazie ad un finale lungo e potente.
Maria Agresta è una Liù delicata, struggente e di candida purezza. La linea di canto è ricca di preziose mezze voci, trasognate filature, fraseggio appropriato, mirabile legato, sia nella romanza "Signore, ascolta!", intrisa di pathos, che nella bellissima aria "Tu che di gel sei cinta".
Michele Pertusi è il consueto fuoriclasse che tratteggia il personaggio di Timur con grande intensità unita ad un timbro morbido e pastoso. Squillante, preciso e ben proiettato l'Altoum del sempre valido Carlo Bosi. Funziona bene il trio dei ministri di corte con le voci ben amalgamate, le giuste movenze, il giusto sarcasmo. Si ammira l'ottimo Ping di Gëzim Myshketa, coadiuvato dai precisi Matteo Macchioni (Pong) e Saverio Fiore (Pang).
Completavano efficacemente il cast Ankhbayar Enkhbold (Un Mandarino), Eder Vincenzi (Principe di Persia), Emanuela Simonetto (Prima ancella) e Tamara Zandonà (Seconda ancella).
Arena sold out e lunghi applausi per i protagonisti, con vette per Agresta, Pirozzi e Pertusi.
I titoli del 2027 saranno "Carmen", "La Traviata", "Nabucco", "Aida" (1913 e Poda), insieme a tre concerti e due balletti.