Regia a dir poco banale e deludente per una partitura meravigliosa
Il Don Quichotte di Jules Massenet è una delle opere musicalmente più toccanti scritta dal musicista francese nel 1910. Lontana dal brio mondano di Manon e dalla sensualità orientale di Thaïs, la vicenda di Cervantes viene letta da Massenet con uno sguardo malinconico e profondamente umano, trasformando il cavaliere errante in una figura di struggente nobiltà. La regia di Kristian Frédric andata in scena venerdì 23 gennaio al Ponchielli di Cremona invece trasforma Don Quichotte, quasi senza alcun rispetto, in un povero vecchio che si muove con la sedia a rotelle nella casa di riposo fino ad arrivare moribondo in una camera mortuaria cavalcando il letto d’ospedale quasi fosse il suo destriero.
Fortunatamente la serata viene salvata dalla musica raffinata, morbida, spesso intimista del compositore francese. I colori orchestrali sono caldi; la scrittura vocale esalta la parola ed il canto legato saturando l’aria con note infinitamente piacevoli. Il ruolo di Don Chisciotte, pensato per un basso-baritono, è cesellato finemente da Massenet dall’inizio alla fine. Il cavaliere spagnolo non è un folle grottesco, ma un idealista puro, capace di commozione sincera. La scena finale della morte, pur essendo tra le più emozionanti dell’opera francese del primo Novecento, viene qui scenograficamente banalizzata con un grande orsacchiotto blu a fare da sfondo; finanche la citazione del celebre murales di Bansky col palloncino rosso si appiattisce, dato che il nostro occhio tende a rincorrere pleonastici oggetti di scena facendo risultare anche questa idea mal riuscita e totalmente priva di significato.
Del tutto superfluo e trascurabile l’inserimento della voce registrata fuori campo associata al bambino con la mamma collocato all’inizio di ogni atto: aver posizionato questo passaggio, non ha apportato nulla di interessante, né tanto meno fondato su una qualche base etimologica e anzi, nell’ottica del “less is more”, è risultato anche parecchio fastidioso. Peraltro, finanche le brevi spiegazioni date nelle note di regia risultano farraginose e del tutto discutibili.
Nicola Ulivieri nel ruolo di Don Quichotte risulta convincente e giustamente molto applaudito. Il suo canto è caldo e colorito dimostrando di padroneggiare l’estensione vocale della partitura anche nei bassi.
Sancho è Giorgio Caoduro che riesce ad evitare l’immagine caricaturarle talvolta riservata al personaggio. La sua esecuzione è gagliarda e vigorosa ,così da meritare il consenso del pubblico.
La parte della bella Dulcinée per mezzosoprano o soprano falcon è interpretato da Chiara Tirotta che ben tratteggia dal punto di vista interpretativo il ruolo della protagonista femminile come donna libera e seducente: una figura moderna, quasi in contrasto con l’idealismo del protagonista. La voce risulta invece meno interessante.
Buona prova per coro ed orchestra rispettivamente diretti da Diego Maccagnola e Jacopo Brusa.
Interessanti i costumi creati da Margherita Platé, in particolare quelli di Don Chisciotte del terzo atto e di Sancho del quinto atto. Essenziali e aderenti al taglio registico le scenografie di Marilène Bastien.
L’idea di OperaLombardia di proporre il Don Quichotte di Massenet in coproduzione nei teatri di Brescia, Como e Pavia è pregevole ed è stata senz’altro apprezzata da tutto il pubblico presente in sala, pur nei limiti della chiave di lettura registica che ha tarpato le ali alla sensibilità d’animo del cavaliere errante e alla dimensione onirica del poema. Don Quichotte è un’opera che chiede ascolto e abbandono, premiando chi accetta il suo tempo lento e il suo tono elegiaco.
Sonia Baccinelli
Cremona, 23 gennaio 2026