Recensioni - Opera

VERONA: Romeo e Giulietta suicidi più per noia che per amore?

Gabriele Vacis è regista che ama presentare letture innovative, magari radicali, anche se affronta testi classici. D’altro canto s...

Gabriele Vacis è regista che ama presentare letture innovative, magari radicali, anche se affronta testi classici. D’altro canto se si decide di allestire oggi Romeo e Giulietta il rischio del “già visto”, e quindi dell’inutile, è sempre in agguato. In questo nuovo allestimento del Teatro Stabile di Torino, che ha debuttato all’Estate Teatrale Veronese, si è quindi scelto di trasferire la vicenda dei due innamorati di Verona ai giorni nostri, ricorrendo ad una traduzione estremamente moderna e libera, curata da Marco Ponti e Pietro Deandrea, e riducendo il tutto, grazie anche ad una serie di drastici tagli, alla nuda successione degli eventi e poco più.
All’interno di uno spazio vuoto delimitato da un sipario/fondale bianco, ideato da Roberto Tarasco, che grazie ad un sapiente uso delle luci e di alcune scale può assumere le più diverse connotazioni, i vari personaggi si muovono tenendo un profilo di recitazione estremamente basso e rinunciando ai voli lirici ai quali invece il testo ci ha abituati.
Il linguaggio e l’atteggiamento ostentato sono quelli degli adolescenti di oggi, o meglio (e qui forse sta uno degli errori) di un certo stereotipo che i quarantenni si sono creati pensando agli odierni adolescenti , con ostentazione di droghe (un po’ retrò tipo eroina, rinunciando invece ai più attuali acidi) che giustificano il tono a volte stralunato (il Benvolio di Glen Blackhall) e a volte sopra le righe (il mercurio di Beatrice Schiros) dei vari interpreti.
L’elemento portante di questa storia non sembra più quindi l’amore assoluto e totalizzante che la tradizione ci ha consegnato, ma più una noia di vivere (da cui l’uso di droghe) che appiattisce tutto nella svogliatezza e quasi nell’indifferenza. Per cui ecco che anche la relazione tra i due innamorati sembra più un diversivo ad una vita che altrimenti non offrirebbe stimoli, e che porta ad un suicidio più per leggerezza ed irresponsabilità che per l’impossibilità di amare.
Se l’idea alla base risulta sicuramente interessante il risultato non mi ha però del tutto convinto. Infatti pur avvalendosi di una buon lavoro di regia che ha saputo creare momenti estremamente suggestivi e calzanti con l’azione, grazie ad un’efficace sinergia tra regista e scenografo, il rapporto testo-recitazione troppo spesso conduce a risultati stridenti. Le poche parti liriche rimaste (ed a questo punto verrebbe da chiedersi perché, visto l’impietoso lavoro di forbice operato in partenza) mostrano ampiamente i limiti dei due protagonisti che, se nel mantenere un registro fiacco e svogliato tutto sommato convincono (a dire il vero più Jurij Ferrini che Sarah Biacchi), quando nel testo riaffiora quel po’ di linguaggio shakespeariano rimasto non riescono a riproporlo in una chiave espressiva che si innesti in modo convincente nella lettura affrontata.
D’altro canto anche nelle parti in cui la traduzione si prende maggiori libertà, tipo la scena tra Giulietta ed il padre dopo il suo rifiuto di sposare Paride, ci si accorge che la recitazione teatrale si basa su tecniche e stilemi che rischiano di stridere con un linguaggio troppo “parlato”, per cui insulti e volgarità alla fine risultano un po’ gratuite ed una scena fortemente drammatica si trasforma in comica suo malgrado.
Onestamente non so quanto questa versione possa riavvicinare il capolavoro di Shakespeare ad un pubblico giovane, è vero però che il teatro di prosa è ormai talmente lontano dalla nostra realtà quotidiana che se lo si vuole mantenere in vita operazioni come queste saranno sempre più necessarie, e per questo bisogna rendere merito al lavoro di Vacis.
Al termine applausi calorosi da parte di un Teatro Romano che avrebbe meritato maggiore affluenza di pubblico.
Davide Cornacchione 3/7/2005