Convince il cast vocale
È un ritorno a casa quello del "Simon Boccanegra" di Giuseppe Verdi, che il 12 marzo 1857 debuttò proprio al Teatro La Fenice di Venezia. Sappiamo bene che il compositore non pienamente soddisfatto rimise mano insieme ad Arrigo Boito al "tavolo zoppo" e arrivò alla versione definitiva del 1881, quella che generalmente viene rappresentata.
Il nuovo allestimento della Fondazione è con la regia Luca Micheletti (coadiuvato dal drammaturgo Benedetto Sicca), che oltre ad essere un cantante lirico, è soprattutto uomo di teatro che conosce i segreti del palcoscenico e sa gestire sapientemente gli attori che popolano questo racconto sulla solitudine del potere. Un'opera tra le più disinibite e sperimentali, che definisce "ibseniana”, con i personaggi scossi da passioni violente, da amori contrastati, ma anche da rivoluzioni familiari, generazionali, sociali. Interessante l'idea di inserire nel prologo un Simone maturo che ricorda o sogna o proietta in maniera allucinatoria eventi accaduti venticinque anni prima, rivede se stesso più giovane e diverso, rivive gli eventi reali e mentali, metà assistendovi, metà partecipandovi, come accade nei sogni.
Le scene di Leila Fteita creano un'ambiente claustrofobico, una sorta di prigione di cemento con il mare dipinto in filigrana sui muri tra il proscenio e le quinte. Ci sono lunghe scale, un baldacchino di taglio gotico con oscuri velari, strutture in legno per la Sala del Consiglio nel Palazzo degli Abati, lo scafo d’una nave che nel finale appare sullo sfondo. Giuseppe Di Iorio realizza un light designer di grande classe e di forte impatto visivo, Anna Biagiotti bellissimi costumi atemporali che passano dal Medioevo all'Ottocento.
Renato Palumbo ha diretto l'orchestra del teatro con una concertazione che ricerca raffinate soluzioni armoniche, dalla sfumatura più sottile al contrasto più dirompente, con tempi abbastanza stringati, sfoggiando una ricca tavolozza di colori e continue sottigliezze espressive, oltre che una spiccata sensibilità timbrica. Ne esce una grande forza descrittiva che mette in luce tutta la bellezza di una delle partiture più sublimi di Verdi. Di grande qualità il coro del teatro diretto dal maestro Alfonso Caiani che mostra compattezza e potenza, diventando elemento cardine della vicenda.
Simone Piazzola ritorna a cantare il ruolo del doge Boccanegra dopo l'edizione del 2014. Il baritono è ulteriormente maturato e si vede il grande lavoro svolto sulla preparazione del personaggio. C'è una scrupolosa attenzione alla parola scenica tanto cara a Verdi, un fraseggio scolpito ed articolato, una cura negli accenti, nei legati, con acuti saldi e una buona pasta vocale che esprime attraverso un canto nobile con interessanti mezze voci e rifiniture. La recitazione è credibile, appassionata, senza cadere in eccessi, trovando la giusta introspezione sia nell'austerità, che nella profonda umanità.
Sara Cortolezzis chiamata a sostituire la collega Francesca Dotto in tempi record, ci restituisce un'Amelia/Maria di buon livello. Una linea di canto morbida, sicura e un timbro pulito che sale con sicurezza nelle tessiture più alte. La cavatina “Come in quest’ora bruna” del primo atto è cantata con raffinata intensità, come ben gestiti sono i vari duetti, il tutto unito ad una delicata presenza scenica.
Alex Esposito sembra aver trovato in Verdi una nuova strada e il debutto come Jacopo Fiesco è alquanto interessante. La voce brunita, corposa, profonda ci restituisce un personaggio impassibile, ma anche tormentato, interpretato benissimo nei movimenti e negli sguardi. L'aria "Il lacerato spirito" è solenne, dolorosa e chiusa con un sonoro fa grave, come imponente è il duetto con Boccanegra al terzo atto.
Francesco Meli è quanto mai perfetto per interpretare Gabriele Adorno. La voce è squillante, limpida, ben proiettata, sempre curata nella dizione, negli accenti e nel fraseggio. Riceve applausi a scena aperta con l'aria "Sento avvampar nell’anima" nel secondo atto dove dimostra di avere una grande capacità espressiva e una dimensione drammatica.
Funziona bene anche Simone Alberghini che con timbro solido e incisivo, risulta adatto a rimarcare la subdola perfidia di Paolo Albiani. Efficace e sonoro anche il Pietro del bravo Alberto Comes. Completavano il cast: Mathia Neglia (Un capitano dei balestrieri), Alessandra Vavasori (Un’ancella di Amelia), i mimi Francesco Bortolozzo, Nicola Candreva, Elia Gazzato, Francesco Mandich, Roberto Moro, Davide Tonucci.
Un'ottima produzione che ci ha regalato forti emozioni, come hanno sottolineato i lunghi applausi a fine recita e le ovazioni per Piazzola, Cortolezzis, Meli.
Non è mancato il consueto lancio di volantini contro la nomina del nuovo direttore musicale della Fenice, con la frase alquanto significativa di John Keats: "La bellezza è verità, la verità è bellezza. Questo è tutto ciò che al mondo sapete e tutto ciò che vi occorre sapere”.
Marco Sonaglia (Teatro La Fenice-Venezia 12 febbraio 2026)