Recensioni - Opera

Verdi sorride alla sua Alzira

Marta Torbidoni e Antonio Poli conquistano il pubblico del Teatro Regio di Parma nel raro titolo verdiano diretto da James Conlon

Lo scopo del Festival Verdi è quello di portare al grande pubblico tutte le opere del maestro, comprese quelle meno frequentate, che da anni non si rappresentano.

In questa edizione viene riproposta Alzira, opera formata da un prologo e due atti su libretto di Salvadore Cammarano, con il soggetto tratto dal dramma di Voltaire Alzire ou les Américains, del 1736. Scritta tra Giovanna d’Arco e Attila, venne rappresentata per la prima volta il 12 agosto 1845 al Teatro San Carlo di Napoli. Non ebbe un grande successo e lo stesso Verdi disse che “quella è proprio brutta”.

Certo Alzira non ha la bellezza e la grandezza dei capolavori che scriverà più avanti, però in alcuni momenti si sente già la mano del fuoriclasse. Assente da 24 anni, torna sul palco del Teatro Regio di Parma con un nuovo allestimento.

La regia è di Manuel Renga, che mette in risalto il conflitto tra gli inca e gli spagnoli, sviluppando le tematiche dell’opera come l’avidità, il fanatismo, la violenza mascherata da fede. Le scene curate da Aurelio Colombo sono costruite su diverse dimensioni: un limbo bianco in boccascena, che simboleggia la purezza; un campo bruciato con la roccia e le piante; una fossa da cui si estrae l’oro e che verrà riempita di corpi e sangue umano; la stanza delle ricchezze come luogo di accumulo. Molti i riferimenti alla pittura di Teniers, Van Dyck, Bosch e Magritte, anche nelle funzionali coreografie di Paola Lattanzi, e all’antica cultura inca: il girasole, fiore sacro e simbolo del Sole, e la mamakuna, una sorta di sacerdotessa che custodiva il fuoco e i rituali per le cerimonie. Interessante l’idea di inserire in scena una triade femminile formata da una donna anziana, che rappresenta gli antenati e protegge la comunità, una donna giovane che rappresenta il presente, la stessa Alzira, e una donna bambina che incarna la discendenza. Colombo differenzia anche i personaggi tra abiti tradizionali del passato, campesinos e divise militari. Nette e ben calibrate le luci di Emanuele Agliati.

A dirigere la Filarmonica Arturo Toscanini c’era il maestro James Conlon, al suo diciottesimo titolo verdiano, con l’edizione critica a cura di Stefano Castelvecchi e Jonathan Cheskin pubblicata da The University of Chicago Press e Casa Ricordi. Conlon opta per tempi dilatati, giusti, che non fanno perdere la tensione, anzi valorizzano l’eleganza di certi passaggi, senza tralasciare l’impeto sanguigno, tipico delle composizioni degli anni di galera. La Filarmonica suona bene, amalgamata, vellutata. Tutto risulta equilibrato, soprattutto nei volumi, e ben gestito.

Sempre superlativo il Coro del Teatro Regio di Parma diretto dal maestro Martino Faggiani. Corposi gli interventi maschili in Muoia, muoia coverto d’insulti e Mesci, mesci… Vittoria!… Vittoria!, delicate le donzelle in Tergi del pianto America.

Alzira era Marta Torbidoni, soprano marchigiano che oramai ha fatto di Verdi il suo repertorio prediletto. Debutta una parte ostica con la consueta sicurezza. La voce è uniforme, controllata nell’emissione e nelle agilità, il fraseggio curato, la drammaticità autentica. Si apprezzano la cavatina Da Gusman, su fragil barca e soprattutto l’impegnativa cabaletta Nell’astro che più fulgido, risolta con il giusto slancio.

Di grande livello lo Zamoro di Antonio Poli. Al tenore non mancano lo squillo e la baldanza per affrontare un ruolo non proprio comodo vocalmente. Il suo è un canto giocato sulla potenza, sulla limpidezza, sugli accenti e sulla dizione. L’aria Irne lungi ancor dovrei e l’incandescente cabaletta Non di codarde lagrime conquistano definitivamente il pubblico parmense.

Gusmano trova in Daniel Luis de Vicente l’interprete vincente. Il baritono ha una pasta vocale morbida, rotonda, ben timbrata e proiettata. Delinea con garbo amoroso la cavatina Eterna la memoria, mentre è più impetuoso nell’aria È dolce la tromba che suona vittoria.

Bene anche l’autorevole Alvaro di Alessio Cacciamani, che sfoggia una voce profonda e sostenuta. Completavano il cast i cantanti già allievi dell’Accademia verdiana: il valido e incisivo Agostino Subacchi (Ataliba), la sempre brava Erica Cortese (Zuma), che speriamo di ascoltare presto in ruoli da protagonista, Federico Bonghi (Ovando) e Long Ning (Otumbo).

Teatro folto di pubblico e acclamazioni per Torbidoni e Poli.

La tanto bistrattata Alzira in queste sere ha brillato di luce propria, e forse anche il maestro Verdi, dall’alto, sorriderà soddisfatto.

Marco Sonaglia (Teatro Regio di Parma, 17 ottobre 2026)