Recensioni - Opera

Vicenza: Poppea al Caesars Palace

L’ultimo capolavoro di Monteverdi nella pregevole ed applaudita edizione firmata da Iván Fischer

Vetta indiscussa del trittico monteverdiano, anche se ormai è assodato che la composizione non debba attribuirsi al solo Monteverdi ma vada condivisa con alcuni suoi collaboratori, L’Incoronazione di Poppea è la prima opera che, accantonando il mito, pone al centro personaggi realmente vissuti, in carne, sangue e passioni. La musica si basa su un libretto di straordinaria modernità, scritto da Gian Francesco Busenello, in cui le vicende amorose dell’imperatore Nerone sono un pretesto per una riflessione in chiave critica sul rapporto tra utilità, morale e politica nella società veneziana del 1600. Si tratta quindi di un titolo estremamente complesso, in cui vari livelli di lettura si intersecano fornendo spunti di riflessione attuali anche ai nostri giorni.

L’edizione prodotta dalla Iván Fischer Opera Company che, grazie alla Società del Quartetto, è stata rappresentata con successo al Teatro Olimpico di Vicenza ha visto lo stesso Ivan Fischer nel ruolo di concertatore al clavicembalo e all’organo positivo e di co-regista insieme a Marco Gandini.
L’allestimento firmato da Andrea Tocchio che, come viene esplicitato nelle note di regia, è incentrato sull’aspetto amoroso, a discapito della componente morale e politica, è basato su una pedana a gradoni dai colori sgargianti e un po’ kitsch, in un profluvio di bianco, rosa e oro, che rimandano più alla Las Vegas del Caesars Palace che alla Roma del Palazzo dei Cesari. Lo stesso vale per bei costumi di Anna Biagiotti in cui dominano tinte accese -Ottone è in completo viola- paillettes e inserti leopardati.  All’interno di questa struttura si muovono i cantanti e l’orchestra che, con una soluzione azzeccatissima, entra di volta in volta, posizionandosi dove lo richiede l’azione e spesso interagendovi.  La regia si dipana all’insegna della leggerezza con simpatiche gags -Seneca e i suoi discepoli sono vestiti da esploratori armati di taccuino- che, se da una parte rendono lo spettacolo nell’insieme gradevole, dall’altra stemprano eccessivamente la componente drammatica tendendo ad appiattirne la visione d’insieme.

Dal punto di vista musicale i vari interpreti, oltre ad essere voci di prima grandezza nel repertorio barocco si sono rivelati anche attori efficacissimi nel dare vita ai loro personaggi.
Jeanine De Bique è una magnifica Poppea, dal timbro morbido e suadente e dal fraseggio raffinatissimo, conturbante e sensuale sulla scena sin dalla sua apparizione in un succinto body fino al languido finale. Al suo fianco Valer Sabadus è un Nerone poco carismatico, che tradisce qualche incertezza nel registro acuto. Reginald Mobley non ha una voce poderosa ma grazie ad una tecnica magistrale cesella con grande efficacia il ruolo di Ottone, mentre Núria Rial convince nel ruolo di Drusilla grazie ad un timbro luminoso ed una linea di canto impeccabile. Luciana Mancini è un’Ottavia autorevole di grande intensità che sfoggia un timbro pieno e corposo soprattutto nel registro centrale, disimpegnandosi così assai bene anche nel ruolo della Virtù. Gianluca Buratto è un Seneca di gran lusso, dalla cavata morbida ed omogenea. Da applausi a scena aperta, che infatti sono puntualmente arrivati, l’interpretazione di Stuart Patterson nel doppio ruolo di Arnalta e Nutrice. Il tenore scozzese lascia il segno sia nei passaggi brillanti che in quelli più struggenti: “Oblivion soave” è uno dei momenti più alti dell’intera rappresentazione. Il doppio ruolo di Amore e del Valletto è affidato alla voce bianca di Jakob Geppert, giovanissimo cantore della Choralakademie di Dortmund dalla straordinaria presenza scenica ma cui vocalmente la parte sta un po’ larga, come emerge soprattutto nel duetto “Sento un certo non so che”. Pregevoli gli interventi nei ruoli minori di Silvia Fregato, PeterHarvey, Thomas Walker e Francisco Fernández-Rueda.

Ottima la concertazione di Iván Fischer, alla testa della Budapest Festival Orchestra che suonava su strumenti d’epoca, attenta negli equilibri e sempre puntuale nel sottolineare lo svolgersi dell’azione.

Al termine un Teatro Olimpico, finalmente esaurito al 100% della sua capienza, ha tributato a tutti gli interpreti un successo incondizionato.